Mentre Donald Trump si apprestava a firmare il decreto esecutivo per rivedere le politiche ambientali Usa, gli scienziati scendevano in campo per proporre una soluzione all’economia globale in modo da poter accelerare sulla strada della riduzione delle emissioni. Una “carbon law” disegnata sulla falsariga di quella di Moore per l’industria informatica che prevede un dimezzamento delle emissioni per ogni decennio, con un’accelerazione che garantirebbe l’emersione di un’innovazione dirompente.

Esattamente come la legge che prevedeva un raddoppio della capacità dei processori – in realtà si tratta del raddoppio del numero di transistor sui chip – all’incirca ogni due anni: una “regola” che si è rivelata credibile per 50 anni e che ha garantito un processo inarrestabile di innovazione che ha cambiato la vita a miliardi di persone. Allora perché non ipotizzarlo anche per le emissioni di gas serra. A sostenerlo è un gruppo di ricercatori che ha pubblicato su Science “una roadmap per una rapida decarbonizzazione” dell’economia globale: un processo di dimezzamento delle emissioni per decennio garantirebbe una spirale virtuosa che si concretizzerebbe, per esempio, nel raddoppio delle energie rinnovabili ogni 5-7 anni, nello sviluppo di tecnologie per la rimozione delle emissioni carboniche dall’atmosfera e nell’accelerazione della riduzione delle emissioni dovute all’agricoltura e alla deforestazione.

“Siamo già all’inizio di questo processo. Nell’ultimo decennio la quota di rinnovabili nel settore energetico, è raddoppiata ogni 5,5 anni – ha affermato il co-autore dello studio Johan Rockstrom, direttore dello Stockholm Resilience Center dell’Università di Stoccolma -: se il processo prosegue a questi ritmi, i combustibili fossili saranno eliminati ben prima del 2050″. Lo studio prevede che il carbone sia messo fuorigioco tra il 2030 e il 2035, il petrolio tra il 2040 e il 2045. I settori che giocheranno sulla difensiva  perderanno la prossima rivoluzione industriale  e un’opportunità di sviluppo che si concretizzerà in una riduzione dei costi, in maggior occupazione e in un’ambiente più pulito.

Lo studio rappresenta un monito neanche troppo implicito a Donald Trump che pochi giorni dopo ha dato il via operativo alla sua iniziativa per mettere i bastoni tra le ruote alla politica ambientale di Barack Obama, tutta incentrata sulla riduzione delle emissioni e sul sostegno alle rinnovabili nell’ottica del rispetto dell’Accordo di Parigi. A partire dalla presunta rinascita dell’industria del carbone: “Ho fatto questa promessa – ha affermato Trump prima di firmare il decreto parlando a una rappresentanza di minatori -: ridare un lavoro ai nostri minatori”.

Ma sono in molti a dubitare che questo sia possibile. Anche Robert Murray, fondatore e Ceo di Murray Energy, la più grande società carbonifera privata Usa, che era in prima fila alla cerimonia della firma di Trump, ha ammesso che sarà difficile riportare il settore ai livelli di occupazione del passato. La concorrenza del ben più economico gas naturale come fonte energetica è troppo forte, tanto più che ci si è messa anche l’automazione nell’industria del carbone a frenare le attese di un forte recupero degli occupati.

Allo stesso tempo in tutto il mondo le rinnovabili continuano a crescere a ritmi di gran lunga superiori a qualsiasi altra fonte energetica: negli Usa, solo nel settore del fotovoltaico i posti di lavoro hanno registrato un incremento superiore di 12 volte rispetto al resto dell’economia. L’anno scorso il comparto ha messo a segno un aumento del 25% dell’occupazione a 374mila unità. Ancora meglio ha fatto l’eolico, con i posti di lavoro balzati del 32% a 102mila. Nel complesso il comparto dell’energia “a basse emissioni carboniche” arriva a dare lavoro a circa 800mila persone,  stando ai dati più recenti diffusi dal Dipartimento dell’Energia, mentre il comparto tradizionale di carbone, petrolio e gas naturale totalizza 1,1 milioni di posti. Insomma, anche se non equivalenti, i due comparti si sono decisamente avvicinati e, tenendo conto del trend crescente delle rinnovabili, non manca molto al grande sorpasso. Anche a dispetto della volontà di Trump.

D’altra parte anche le aziende sanno ormai che la lotta al climate change è un volano di sviluppo per l’intera economia. Non è un caso che oltre trecento aziende avevano salutato con entusiasmo due anni fa l’impegno di Obama per accelerare sulla strada dell’energia pulita. E ora ci sono già aziende che hanno segnalato una grande delusione di fronte al retromarcia di Trump. C’è da scommettere che la schiera si allargherà rispetto alle prime – da Mars a Staples, da Gap a Levi’s – che hanno apertamente criticato la svolta della Casa Bianca. Anche un  colosso dell’asset management ha insistito recentemente che un tema come il modo di affrontare il climate change rimane fondamentale -e imprescindibile – nella valutazione degli investimenti da parte del più grosso fondo mondiale del risparmio gestito.

In effetti la firma di Trump sotto il decreto esecutivo contro la lotta al cambiamento climatico rischia di portare acqua al mulino della Cina e degli altri paesi che hanno confermato investimenti da migliaia di miliardi di dollari a favore delle rinnovabile e dell’energia pulita. Proprio Pechino sembra pronta a riempire il vuoto che lascerebbero gli Stati Uniti: proprio a gennaio l’agenzia energetica cinese ha annunciato investimenti per 360 miliardi di dollari in progetti di energia verde entro il 2020, nell’ambito di un piano di progressivo abbandono del carbone. Ha un valore simbolico anche l’annuncio giunto questa settimana di Tencent: il colosso web cinese è entrato come uno dei maggiori azionisti nella Tesla di Elon Musk, una delle icone americane della mobilità sostenibile

Sulla linea negazionista Trump ha trovato anche un alleato che non è nuovo. Il presidente russo Vladimir Putin è proprio intervenuto in questi giorni per sostenere che il climate change è un fenomeno irreversibile, non dovuto all’attività umana, e che quindi è necessario imparare a conviverci adattandosi alle nuove condizioni. Ma un nuovo studio scientifico conferma che la causa degli eventi climatici estremi ha un'”impronta” chiaramente di origine umana. Le correnti che trasportano calore e umidità tra l’Artico e i Tropici sono spesso frenati provocando siccità e alluvioni in regioni diverse: a creare le condizioni favorevoli per questi fenomeni sono i cambiamenti provocati dai gas serra derivati principalmente dai combustibili fossili.

“L’incidenza sempre maggiore di questi eventi supera quello che noi ci aspettiamo come conseguenza del semplice riscaldamento globale, quindi ci devono essere effetti addizionali” spiega Michael Mann della Pennsylvania State University che ha guidato il team di ricercatori internazionali che ha pubblicato lo studio su Scientific Report, citando in particolare l’ondata di siccità che ha colpito la California l’anno scorso, oltre all’ondata di calore negli Usa del 2011, le alluvioni in Pakistan del 2010 e la siccità in Europa del 2003 . “L’attività umana è stata sospettata a lungo per aver contribuito a questo sistema – prosegue -, adesso abbiamo svelato una chiara impronta dell’attività umana”. Forse sarebbe meglio che Trump – e con lui anche Putin – ascoltassero un po’ di più quello che dice la scienza.