La sete, diceva Emily Dickinson, ci insegna l’acqua. Oggi ne soffrono 1,8 miliardi di persone, nel mondo. E sono quelle che dell’acqua hanno imparato ogni goccia. Nel 2050 saranno 4 miliardi, in base alle previsioni della Banca Mondiale. Quasi la metà della popolazione globale. Da qui ad allora la richiesta di acqua aumenterà del 55%, secondo i calcoli dell’Ocse. È facile prevedere l’acuirsi di una crisi, che dal Mekong al Colorado è già sotto gli occhi di tutti. L’acqua scarseggia, non solo in Africa o in Asia, ma anche in Europa. Le stime dell’Agenzia europea per l’ambiente dicono che l’11% della popolazione e il 17% del territorio europeo sono affetti da carenze idriche, con un costo che nell’ultimo trentennio ha superato i cento miliardi di euro. La situazione non è uguale dappertutto: 9 Paesi controllano il 60% dell’acqua dolce presente sulla superficie del pianeta e tra questi solo Brasile, Canada, Colombia, Congo, Indonesia e Russia possono stare tranquilli. Cina e India, con oltre un terzo della popolazione mondiale, devono accontentarsi del 10% dell’acqua e stanno esaurendo le riserve del sottosuolo. Lo stesso accade in molte metropoli: l’acqua di Città del Messico viene al 70% da una falda che sarà esaurita in meno di un secolo al ritmo di estrazione attuale, tanto che la città sta sprofondando. Situazioni simili si trovano a Bangkok, Buenos Aires e Barcellona, dove lo svuotamento della falda d’acqua dolce sta causando la progressiva avanzata dell’acqua salmastra nel sottosuolo.

Oltre il 97% dell’acqua presente sulla Terra, infatti, è salata, quindi inservibile per gli esseri viventi, tranne i pesci. E quel 2,5% di acqua dolce rimanente è in gran parte imprigionato nei ghiacci eterni. Di conseguenza, tutti gli organismi non marini sopravvivono con lo 0,75% dell’acqua presente sulla Terra, prevalentemente nascosta nel sottosuolo e per il resto distribuita fra laghi, fiumi e in qualche fase del ciclo idrogeologico: vapore, pioggia, neve. Sta a noi catturarla in una di queste forme e incanalarla per le nostre esigenze, che sono fondamentalmente tre: quasi il 70%, in media, è destinato all’agricoltura, oltre il 20% all’industria e meno del 10% va in usi domestici.

L’unica opzione per aumentare la disponibilità di acqua dolce al di là del ciclo idrogeologico è la dissalazione. La depurazione radicale delle acque reflue, per rimetterle in circolo, è un’altra soluzione allo stesso problema. Non stupisce che, da tempo immemorabile, l’umanità continui a provarci: chi riuscisse a trovare un metodo molto economico per rendere potabili l’acqua di mare e l’acqua sporca avrebbe scoperto la pietra filosofale.  Uno studio presentato da Elsevier alla World Water Week di Stoccolma fa ben sperare: gli investimenti in ricerca sull’acqua crescono del 9% l’anno, un ritmo ben superiore alla media del 4% riferita agli altri settori. I filtri per depurare l’acqua contaminata o per dissalare quella di mare sono il campo più studiato dalla ricerca applicata e più ricco d’innovazioni.

La dissalazione, però, resta ancora un processo costoso ed energivoro, che anche con le tecniche più avanzate, come l’osmosi inversa, comporta il passaggio dell’acqua salata attraverso una serie di membrane a una pressione fino a 80 bar (40 volte quella degli pneumatici), con un consumo di quasi 4 kilowattora e un costo di circa 1 dollaro per ogni metro cubo di acqua filtrata. L’osmosi inversa si è andata affermando nel corso degli anni Novanta, perché dimezza i consumi di energia e riduce i costi di due terzi rispetto ai vecchi impianti a distillazione termica, che ancora oggi producono l’80% dell’acqua dissalata nel mondo. Un bel progresso, ma è ancora dieci volte il costo delle risorse idriche tradizionali, soprattutto per gli alti consumi di energia. Il più grande dissalatore via osmosi inversa è in Israele, a Sorek, e fornisce dall’anno scorso il 20% dell’acqua potabile del Paese, rendendolo completamente indipendente sul piano idrico. La società che l’ha costruito, Ide Technologies, ne sta realizzando un altro in California, che soddisferà da novembre il 10% del fabbisogno di acqua dolce di San Diego.

Grazie alla riduzione dei costi raggiunta con l’osmosi inversa, negli ultimi cinque anni gli impianti di dissalazione sono cresciuti del 50% nel mondo: solo in California ce ne sono altri 15 in progetto o in via di realizzazione. La Cina attualmente ha in esercizio una trentina di dissalatori e altri 6 in costruzione, l’India ne ha realizzati 8 e ne sta costruendo altri tre. </p><p class=”paragrafo@4″>In base a uno studio di Global Water Intelligence, gli investimenti globali negli impianti di dissalazione sono destinati a lievitare di oltre tre volte dai 5 miliardi di dollari del 2011 a 17 miliardi nel 2016. Il fattore cruciale alla base di questa crescita è lo sviluppo di tecnologie che consumino sempre meno energia. Proprio per questo sull’osmosi stanno lavorando in molti e nuove varianti, di cui parliamo qui accanto, potrebbero presto rivoluzionare il mercato.