Un’agricoltura automatizzata in cui a zappare, innaffiare e concimare saranno i robot è meno lontana da noi di quanto si possa immaginare. La ricerca però oggi non guarda solo in questa direzione ma al contrario sperimenta altre soluzioni destinate a ridurre drasticamente la meccanizzazione. Puntando su piante che avranno bisogno di meno cure. Si tratta delle versioni ‘perenni’ delle piante annuali oggi usate per produrre le più importanti derrate alimentari, e sono già arrivate nei campi sperimentali.

Vegetali ottenuti da incroci e ibridazioni (non trasformazioni genetiche) che nei prossimi decenni potrebbero sostituire quelli che conosciamo con benefici ambientali di tutto rilievo. Allo studio attualmente ci sono leguminose, cereali e piante oleaginose, per vagliare vantaggi e svantaggi di una rivoluzione verde che sarebbe anche un ritorno a un lontano passato. “La gran parte delle specie che coltiviamo deriva da antenati con caratteristiche perenni – spiega Franco Miglietta, ricercatore dell’Istituto di Biometeorologia del Cnr e promotore di una nuova iniziativa di ricerca europea su questo tema -. Il più intuitivo esempio di specie perenne è l’albero, che non muore dopo ogni fruttificazione ma entra in riposo e ricomincia il suo ciclo dopo alcuni mesi. L’introduzione dei cicli annuali in molte delle specie che coltiviamo oggi è stata essenzialmente opera dell’uomo, ed è avvenuta nel tempo: avevamo bisogno di spostarci e di cercare specie più produttive, quindi ci occorrevano piante che producessero molti semi. In natura una pianta che vive meno a lungo investe soprattutto nella produzione di seme, per riprodursi, e quindi è più produttiva. Le specie perenni al contrario investono molto di più sulla radice. Nel corso della nostra millenaria domesticazione di alcune specie selvatiche le abbiamo così trasformate in specie annuali”.

Oggi però, tra terreni impoveriti e cambiamenti climatici, popolazione mondiale in aumento e nuove malattie vegetali in agguato, occorre ripensare questo modello agricolo. Secondo la Fao, ai ritmi attuali entro sessant’anni tutta la parte superficiale del terreno agricolo mondiale (il cosiddetto top soil) sarà irrimediabilmente perduta e resa inutilizzabile dalle correnti pratiche agricole, basate su irrigazione intensiva, uso di fertilizzanti di sintesi, pesticidi, diserbanti e lavorazioni profonde. La soluzione, anche secondo l’organizzazione delle Nazioni Unite, va cercata nelle piante perenni.

“Trasformare almeno una parte dell’agricoltura da ciclo annuale a perenne è un’idea semplice quanto rivoluzionaria – continua Miglietta – che comporta numerosi benefici ecologici. Le specie perenni hanno radici estremamente più profonde di quelle annuali (anche dieci volte di più, ndr), e riescono dunque a esplorare porzioni molto maggiori di terreno. In profondità trovano molto di ciò di cui hanno bisogno, quindi non necessitano di irrigazione né di concimazione, senza contare che possono diventare molto più resistenti alle malattie. Queste nuove piante potrebbero rappresentare una soluzione per la lotta alla fame nel mondo svolgendo anche un importante ruolo di mitigazione dei cambiamenti climatici attraverso il sequestro di carbonio. Inoltre minimizzano i rischi di erosione superficiale, sia evitando l’impatto diretto della pioggia sulla superficie nuda del terreno sia fissandolo con le radici. A fronte di tanti vantaggi, l’introduzione del perennialismo deve però superare i limiti di una produttività che come abbiamo detto è ancora scarsa. Oggi anche le migliori linee di specie perenni producono infatti meno della metà di quelle annuali”. Se è lecito immaginare che ci vorranno ancora molti anni per questa seconda rivoluzione verde, un mercato potenziale per le nuove specie perenni già esiste: quello dei paesi in via di sviluppo. Lì, in condizioni di terreni aridi e con poca acqua disponibile per l’irrigazione, le nuove specie perenni sveleranno le loro migliori qualità, come dimostrano già i progetti di US Aid avviati in Ghana e Nepal. In Europa intanto siamo pionieri, e i campi sperimentali già presenti in Lazio e in Sicilia stanno dando incoraggianti risultati.

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