Il principio della net neutrality, secondo cui ogni servizio e contenuto online dovrebbe essere trattato allo stesso modo, senza preferenze in termini di accesso diversificato per costo, velocità e disponibilità, è al centro di un dibattito internazionale da diverse settimane.

I suoi oppositori ritengono che la creazione di una corsia preferenziale, per distribuire contenuti tramite servizi aggiuntivi a pagamento, sia un modo per offrire un servizio migliore al cliente, anche nei paesi in via di sviluppo. È su questa base che sono nate iniziative come Facebook Zero e Google Free Zone in Africa. Grazie ad un accordo con gli operatori locali, le due aziende statunitensi garantiscono l’accesso ai loro siti senza consumo di dati della rete mobile.

Con Facebook Zero, operazione avviata nel 2010 in 45 paesi in accordo con 50 provider, si ottiene una versione “solo testo” del social network, in cui si può commentare, inviare messaggi e aggiornare il proprio status, mentre per vedere le foto o uscire dal sito è necessario disporre di una connessione dati. In diciotto mesi il numero di cittadini africani con un account su Facebook è aumentato del 114%, secondo dati diffusi da Socialbakers. Il programma ha ispirato Google per il lancio di Free Zone nel 2012, attraverso cui si può navigare gratuitamente dentro Gmail, Google search e Google Plus. Una sorta di discriminazione positiva garantita a Google e Facebook che, secondo Ethan Zuckerman, direttore del Center for Civic Media al Mit e co-fondatore della piattaforma di di citizen journalism Global Voices, aumenta invece di ridurre il divario digitale: «Perché un editore locale deve necessariamente far passare il suo contenuto attraverso Facebook e comunque non può guadagnare dall’accesso al suo sito, se gli utenti non pagano una connessione dati».

Una visione opposta a quella di Mark Kaigwa, ambasciatore del Sandbox Network in Africa, il network globale di innovatori sotto i 30 anni, che vede in questi programmi un’opportunità per offrire una prima esperienza di internet a persone che vivono in aree escluse dalle infrastrutture di rete: «Google Free zone in Kenya è uno degli strumenti per colmare il gap tecnologico tra chi ha e non ha accesso a internet», spiega Kaigwa. Un approccio adoption first condiviso da Justin Arenstein, consulente per l’innovazione dell’International Center for Journalists del Knight International Journalism Fellow e di African Media Initiative, che ritiene il dibattito sulla net neutrality un affare da primo mondo: «Vivo in un’area rurale del Mozambico dove le persone non hanno accesso a nessun tipo di formazione, il governo non è in grado di provvedere a questi bisogni. Ma sappiamo che “niente è mahala” come si dice in zulu, ovvero niente è gratis. Anche se la prima esperienza di connessione è attraverso programmi di free wifi portati dalle corporation, questo può creare un’abitudine, un’opportunità che cambia la vita delle persone».

Quindi prima la rete, e poi la neutralità. Anche Wikipedia ha attivato un servizio simile, Wikipedia Zero, per permettere la lettura della sua enciclopedia dai telefoni cellulari senza connessione, ma, ricorda Zuckerman, «la fondazione che la promuove, Wikimedia, è non profit e non guadagna dall’accesso alle sue pagine».

«Mi trovo nell’assurda posizione di fare lobbying contro Facebook che dà accesso a internet gratuito nei paesi in via di sviluppo», dice Zuckerman, che di recente ha pubblicato “Rewire”, un libro sulla necessità di ripensare la rete per garantire un vero cosmopolitismo della conoscenza, «ma Facebook non è veramente internet, anche se per molte persone è l’unico canale attraverso cui vivono la rete, e questa non è libertà di informazione». Inoltre, nelle società meno democratiche, dove i governi cercano di controllare l’accesso alle informazioni dei cittadini, il bisogno di trattamento neutrale della rete è ancora più importante e bisogna evitare che gli operatori abbiano il potere di bloccare o mostrare selettivamente l’accesso ad alcuni siti.

Altri oppositori della net neutrality vedono invece vantaggi anche per quanto riguarda i paesi in cui i servizi sono in una fase di crescita: con un accesso libero a Facebook, Google e Wikipedia, gli operatori telefonici offrono servizi a chi non se li può permettere e abituano chi può pagare a cliccare oltre il paywall per navigare nel web. “Una politica che non solo aumenta l’accesso, ma anche i guadagni per gli operatori, fondamentali per implementare le infrastrutture, raggiungendo così sempre più utenti”, sostiene ad esempio Eli Dourado, ricercatore specializzato in mercati della tecnologia e internet governance alla George Mason University.

Oltre a queste iniziative, Facebook e Google hanno avviato progetti paralleli per portare la rete dove non arrivano i cavi a fibra ottica che connettono i paesi del continente. Facebook ha recentemente avviato una partnership con la Titan Aerospace, una società di droni a energia solare, mentre Google vorrebbe connettere le zone rurali dell’Africa attraverso palloni aerostatici con il programma Project Loon. In questo caso Zuckerman giudica positiva l’iniziativa: «Ho parlato con il referente del programma a Mountain View e mi ha confermato che il progetto è a buon punto». Rimane il problema delle zone senza elettricità, dove l’unica connessione possibile è quella della rete mobile alimentata a energia solare. E «l’accesso al mobile è un inizio, ma non permette di produrre contenuto, o di scrivere codice», dice Zuckerman, convinto che in un web più libero e cosmopolita gli utenti dovrebbero avere tutte le possibilità di vivere la rete da protagonisti.