Il superuomo è già fra noi e ha i capelli bianchi. Nel 2100 almeno otto persone su dieci saranno africane o asiatiche, mentre solo uno o due saranno di altri continenti, ma l’invecchiamento della popolazione riguarda tutte le regioni e tutti i Paesi del mondo, anche quelli che oggi hanno una popolazione molto giovane. Il Brasile, che ha 8,6 persone in età lavorativa per ogni over 65, ne avrà solo 1,5 nel 2100, meno del Giappone di oggi, considerato il Paese più vecchio del mondo. La Cina e l’India dovranno affrontare lo stesso problema. La questione sociale, quindi, andrà di pari passo con le sfide ambientali e climatiche, in base allo studio dell’Onu appena pubblicato su Science, che prevede un’umanità a 11 miliardi di individui nel 2100. “Nel 2100 ci saranno abbastanza giovani per supportare i vecchi della Terra?”, si chiede Adrian Raftery dell’Università di Washington, che ha guidato il team dei ricercatori Onu. “La risposta è no”.

Oggi solo una persona su nove ha più di 65 anni, ma nel 2050 saranno uno su cinque, portando il numero di anziani nel mondo da 800 milioni a due miliardi. Questa crescita rapidissima delle pantere bianche dipende dalle conquiste della scienza e dai progressi della medicina. All’inizio del ‘900 l’aspettativa di vita in Europa era di 47 anni, mentre oggi è di 80. In India, nel 1930 era di 29 anni e oggi è di 65. La speranza di vita oggi è di oltre 80 anni in 33 Paesi, mentre solo cinque anni fa questi Paesi erano 19.

Il rapporto sull’invecchiamento dell’United Nations Population Fund, a sua volta, ci racconta un mondo molto diverso dal nostro alla fine di questo secolo: oggi solo un Paese, il Giappone, ha una popolazione anziana superiore al 30% del totale, ma già nel 2050 saranno 64. Nel 2100 gli abitanti dei Paesi ricchi vivranno mediamente fino a 89 anni. Un po’ meno quelli dei Paesi emergenti, che si fermeranno a 81. In particolare, per quanto riguarda l’Italia, le stime prevedono una crescita dell’aspettativa di vita da 83,1 anni di oggi a 93,3 nel 2100.

La longevità è una nuova opportunità straordinaria per l’umanità, ma questo esercito di anziani è destinato a mettere a dura prova lo Stato sociale e la sanità, secondo Raftery. Il cambiamento, si legge nello studio, dovrà essere affrontato attraverso una strategia lungimirante, per garantire ai cittadini più anziani un’adeguata qualità della vita. A

Ma c’è anche chi rimane ottimista sul futuro. Oltre che più longevi, infatti, gli esseri umani sono diventati più alti e più forti. Robert Fogel, Premio Nobel per l’Economia nel 1993 per aver introdotto il metodo quantitativo nella ricerca storica e direttore fino all’anno scorso del Center for Population Economics dell’Università di Chicago, ha scritto che la storia dell’evoluzione umana non è ancora conclusa, anzi, sta accelerando grazie alla crescente potenza della tecnologia. “Negli ultimi due secoli l’uomo ha sviluppato, per la prima volta nella storia, la capacità di migliorare in maniera drastica le proprie prestazioni fisiche: malgrado i disagi cui andremo incontro, causati dalla relativa sovrappopolazione e dalla scarsità di risorse, è troppo semplicistico basare i nostri calcoli futuri sulle condizioni tecnologiche di oggi. Come possiamo sapere quale sarà l’effetto delle biotecnologie sull’evoluzione della nostra specie?” Purtroppo però la scienza non è riuscita a prolungare all’infinito le sue ragguardevoli prestazioni: Robert Fogel è scomparso l’anno scorso a 83 anni.