Il design è uno strumento dirompente, capace di creare e “distruggere” persone, luoghi e prodotti. È anche veicolo per una riforma culturale. «Se osservato come processo globale quello del design è un comparto in costante trasformazione. Si impone sull’identità dei brand, nel marketing, nella pubblicità, evidenzia valori culturali e distilla l’intero processo di progettazione di beni fisici e servizi. Una forma di storytelling diretta perché il cervello ha un rapporto preferenziale con le immagini, che interpreta a velocità maggiore rispetto alle parole» spiega Michael Bierut, designer che presta la sua opera alla Yale School of Art. I suoi lavori sono esposti in diversi musei americani ed europei, oltre ad essere entrati nella Biblioteca del Congresso a Washington.

Nella sua produzione artistica c’è anche “How To”, libro che illustra il potere del design capace anche di cambiare il mondo. Come? Abbiamo incontrato Bierut all’American Academy di Roma, fondazione per la divulgazione delle arti e delle discipline umanistiche che ogni anno invita artisti internazionali e organizza incontri aperti al pubblico.

Michael Beirut
Michael Beirut

Un concetto visuale può davvero cambiare il mondo? «Partiamo da un esempio: le schede elettorali. Disegnarle in modo chiaro aiuta il cittadino e gli scrutatori. Le presidenziali Usa del 2000 hanno richiesto oltre un mese per assegnare il mandato a George W. Bush, anche a causa di un assetto grafico caotico. Dopo le elezioni il Palm Beach Post ha stimato che oltre 2.800 sostenitori di Gore sono stati indotti in errore dal design e hanno votato per Buchanan. Di fatto la disposizione grafica delle schede ha sancito la vittoria di Bush. Un concetto grafico migliore, come suggerisce questo episodio, diffonde una maggiore sicurezza aumentando la partecipazione sociale e politica».

Nel contesto della globalizzazione e dell’internazionalizzazione dei brand, è necessario che il design soddisfi e rispetti tutte le culture. «Il design è la madre di tutte le lingue che però va declinata in tanti dialetti quante sono le culture a cui si rivolge, i business e i settori a cui fa riferimento. Ciò è un bene, spinge a ricerche intime che disegnano processi utili a risolvere anche problemi sociali. Studiare modi diversi di solleticare le corde emotive dei popoli riesce ad unire intere comunità».

Concetti grafici più chiari sono un toccasana anche per le aziende, ad iniziare dalla fase di reperimento dei capitali, con la quale Michael Bierut si è confrontato: «Nel 2009 mi è stato chiesto di collaborare alla raccolta fondi della Princeton University. All’epoca non l’avevo mai visitata e nemmeno conoscevo bene il mondo del crowdfunding. Ho pensato ad un logo che potesse essere vissuto anche da chi non avesse un passato universitario. È stato necessario creare un’immagine, in questo caso un monogramma accompagnato dalla tag line “with one accord”, qualcosa di facilmente riconoscibile, che trasmettesse fiducia anche ai profani, un design che convincesse anche me. La raccolta ha generato 1,2 milioni di dollari, ben più dei 750mila preventivati».

I prossimi dieci anni ci proietteranno nel pieno dell’information economy, laddove Internet of Everything (IoE) e Big data assumeranno importanza e diffusione maggiori, anche in questo ambito l’occhio sarà preponderante. «Design e grafica avranno un forte rapporto con i dati. La sfida sarà riuscire a presentarli in modo chiaro ad ogni platea e su questo fronte si sta facendo moltissimo, grazie anche al web che permette ad ognuno di diventare graphic designer diffondendo così la cultura e la potenza delle immagini. La parte più complessa è quella dell’IoE perché sensori e strumenti dovranno essere inseriti in diversi contesti e dovranno assumere forme adatte ad ogni ambiente, senza alterarne gli equilibri. Qui il contesto culturale è predominante: una forma che attrae in Occidente potrebbe suscitare emozioni diverse e contrastanti in Oriente o viceversa».

La grafica e il disegno sono strumenti potenti ed espressione di una modalità universale di comunicare. Meno banale di quanto si possa pensare, è un sottile modo di farsi intendere. Twitter ha cambiato il proprio modo di marcare come preferito un cinguettio, sostituendo la stella con un cuore, ovvero il simbolo che una ricerca ha indicato come quello a cui tante culture danno lo stesso significato.

Ad altri livelli la complessità sale e vanno trovate quelle forme, quelle linee e quell’impatto che facciano ridere, riflettere o comprare e ciò coprendo un numero elevato di mercati, a prescindere dalla cultura locale