Impresa Sociale e digitale. Nonostante manchi ancora la consapevolezza di un significativo investimento in termini economici e di competenze del non profit, (il 40% delle Onp non fa uso di Ict, secondo la Fondazione Accenture), è visibile il trend di sperimentazioni e progetti che stanno facendo “le prove di un matrimonio” la cui data in Italia sembra essere quanto mai vicina. L’accelerazione della convergenza fra sociale e digitale è l’effetto del dilatarsi del perimetro di azione delle imprese sociali che, in uscita dalla prima fase di resilienza, stanno infrastrutturando nuovi percorsi di attività non più solo nei tradizionali servizi socio-assistenziali, ma anche in nuove forme di economia collaborativa e comunitaria.

L’impresa sociale, che supera la storica funzione redistributiva e si fa piattaforma ed “orchestratrice di reti e di risorse”, diventa perciò terreno fertile per una convergenza con il digitale; una convergenza dalle potenzialità ancora non esplorate, ma capace di trasformare tanto il business model delle imprese sociali, quanto le modalità di fruizione dei servizi rivolti sia ai cittadini che ai soggetti vulnerabili. Se a ciò aggiungiamo la spinta di un crescente numero di consumatori che orientano il loro risparmio verso prodotti e servizi ad alto valore sociale, come i 2,7 milioni di italiani (Censis) che fanno acquisti tramite Gruppi di Acquisto Solidale (Gas), si può intuire la potenzialità della tecnologia nel fare da detonatore a nuovi paradigmi di produzione di valore economico e sociale.

Mentre i numeri del potenziale dell’innovazione tecnologica sono osservabili nelle 4.700 start up innovative, altrettanto non si può dire per l’innovazione sociale che conta nello stesso Registro solo 38 start up innovative a vocazione sociale (di cui solo 4 cooperative). L’irruzione della dimensione economica e produttiva nel non profit (il 33% dell’intero Terzo settore è market oriented) e la disponibilità a basso costo di tecnologie, spesso ormai in forma di commodity, stanno reingegnerizzando la risposta a bisogni sociali e favorendo così la nascita di imprese sociali basate su nuovi e diversi modelli produzione, erogazione e impatto. Un esempio viene da Hackability, un progetto nato nei locali del Fablab di Torino e realizzato da due consorzi di cooperative sociali, Kairòs e Mestieri, con  contributo di Fondazione Crt. La sperimentazione nasce con l’intento di provare a rispondere alla richiesta di presìdi, oggetti d’uso quotidiano, progettati o adattati in base alle esigenze delle persone con disabilità, dove queste ultime non sono meramente utenti ma diventano designer e hacker. Il risultato di quest’azione congiunta fra artigiani digitali, designer, informatici e utenti sta generando risposte personalizzare a basso costo come “Manipola”, la prima di una serie di manopole customizzate con comandi in rilievo per permettere ai non vedenti di usare elettrodomestici (costo ogni singola manopola è di circa 10 euro) oppure “Mando”, telecomando per supportare le persone con disabilità nella vita quotidiana; i prodotti analoghi in commercio costano intorno ai 2 mila euro, mentre lo stesso in formato open source ne costa 120 e può governare tutti gli elettrodomestici.

La seconda frontiera di trasformazione riguarda le modalità di erogazione dei servizi sociali e di fruizione da parte dei beneficiari. È il caso dei Social Book della cooperativa sociale Archilabò, un progetto editoriale in formato multimediale, co-creato da insegnanti, studenti ed esperti e pensato per migliorare l’apprendimento attraverso un metodo innovativo. I Social Book sono testi ad alta leggibilità, adatti anche a studenti con Dsa e oltre a far risparmiare le famiglie sono integrativi o sostitutivi dei tradizionali libri di testo.

L’ultima direttrice è quella dell’impatto e della scalabilità. Se è vero che l’impresa sociale del futuro ha come mercato principale la domanda pagante (è di circa 30 miliardi la spesa out-of-pocket delle famiglie), allora l’uso di piattaforme digitali diventa essenziale tanto per aggregare la domanda, quanto l’offerta di servizi sociali. È il caso Familydea, piattaforma aperta che mette in rete i servizi offerti dalla cooperazione sociale con la domanda delle famiglie italiane. Accedendo al sito le famiglie di 11 città (fra cui Milano, Bologna e Padova) possono scegliere il servizio ricercato rispetto a sei categorie: anziani, cura e salute, infanzia e adolescenza; gestione casa; scuola e istruzione, servizi vari (che tra gli altri include: servizi fiscali, abitativi, organizzazione eventi e feste). La possibilità di aggregare l’offerta rende scalabile la dimensione “comunitaria” dei servizi erogati dalle cooperative sociali generando un impatto altrimenti impensabile.

Sono percorsi ibridi dove socialità e tecnologia rigenerano nuove forme di artigianato, nutrono nuove forme di condivisione e alimentano nuovi modelli di scalabilità. Insomma un bella prospettiva su cui vale la pena rischiare.