In pochi mesi Thomas Piketty è diventato uno degli economisti più dibattuti al mondo. Il suo libro Capital in the Twenty-First Century dalla Francia è arrivato nel mondo anglosassone (sarà pubblicato anche in Italia) dividendo il mondo della “scienza triste” e trasformandosi in uno dei libri più influenti del decennio. In 500 e rotte pagine di manuale il “nuovo Marx” espone una tesi semplice e di grande presa:  le diseguaglianze nel mondo occidentale sono tornate su livelli che non si vedevano più da un secolo a questa parte sull’onda di una decisa polarizzazione della ricchezza intorno a una fetta molto ristretta di persone. Le politiche redistributive, quindi, starebbero andando incontro a un enorme fallimento. Un tema in grado ovviamente di dividere il mondo dell’economia e della politica, ma anche di coinvolgere platee ben più ampie in tempi di crisi.

Come si conviene a uno studio scientifico, l’economista francese porta una montagna di dati e grafici a riprova della sua tesi. Dati che però sono finiti sotto la lente del Financial Times, uno dei grandi riferimenti del mondo economico e finanziario internazionale. Il quale una settimana fa si è addirittura concesso il lusso di aprire la prima pagina con un duro affondo contro le tesi di Piketty. E non tanto sulla base di questioni dottrinali, ma contestando direttamente la correttezza di alcune serie di dati e del loro utilizzo: il quotidiano salmonato della City ha sottolineato incongruenze sui dati inseriti nei fogli Excel, errori di trascrizione e di fonti dubbie delle cifre. Lo stesso Piketty ha risposto alle accuse, motivando le scelte fatte e traendo le conclusioni che la sua tesi non è inficiata dalle accuse dell’Ft, con tanto di appendice tecnica.

Un dibattito acceso, ma puramente scientifico. Reso possibile, come riconosce lo stesso Financial Times, dal fatto che lo stesso Piketty ha messo online tutti i dati e le fonti utilizzate per il suo libro: “Gli open data sono una novità benvenuta per l’economia e Piketty deve essere lodato per averla adottata”, afferma un editoriale. Il suo libro “chiede importanti cambiamenti di politica economica, compresa una tassa globale sulla ricchezza. E’ quindi essenziale che i dati su cui si basa per tirare le sue conclusioni siano soggetti a un esame pubblico”. Già nel recente passato lo scrutinio aveva evidenziato degli errori contenuti nel paper di  Carmen Reinhardt e Ken Rogoff su crescita e debito. Ma in quel caso i due economisti avevano forniti i dati alla base della loro analisi solo in un secondo tempo.

Invece Piketty ha adottato un sistema da open science fin dall’inizio, senza alcuna richiesta. Si tratta di un debutto. Ma è chiaro che l’intera economia potrà beneficiarne in termini di credibilità e trasparenza. E diventare un po’ meno “triste”.