Il futuro che i media, cinema, tv, fumetti, ci presentano quotidianamente è un florilegio di luminescenze in blu e di interfacce olografiche. Magico, sorprendente, confortante.

Progettare è di per sé pensare e realizzare qualcosa che ancora non esiste: il fascino che il nuovo e quanto è ancora a venire esercitano sul mondo del design non è certo sorprendente. Non è nemmeno un fenomeno recente: Marinetti, le parole in libertà e il Futurismo dell’elettricità e della velocità hanno cent’anni.

Questo ambiguo millenarismo alla rovescia ci accompagna da sempre. Per ogni Platone che lamentava come la scrittura, una tecnologia, avrebbe distrutto l’umanità intera e la sua cultura, intendendo la Grecia che voleva lui, è esistito un Marinetti che esaltava il potenziale liberatorio e dirompente del nuovo e dell’inaspettato. Per un Gutenberg che faticava a comprendere la portata rivoluzionaria della sua invenzione, un Lutero che la trasformava in strumento di rivoluzione.

Attraverso gli anni, il telegrafo, il telefono, la radio e la televisione sono tutti stati considerati sia agenti ultimi dell’apocalisse prossima ventura sia annunci luminosi del bel sol dell’avvenire. Lo stesso è accaduto a internet e al digitale. E se la fine dei tempi a mezzo computer ci è ben presente, poiché in fin dei conti è più interessante descrivere le tragedie, reali o immaginarie che siano, è bene ricordare Negroponte argomentare a Bruxelles che «internet porterà la pace nel mondo abbattendo le frontiere tra gli stati». Era il 1997. In questo senso, i ministri della conoscenza che «tramutano la sfortuna delle loro teorie in teorie di sfortuna» di cui parla De Certeau sono un necessario contraltare ai Negroponte: la dialettica fra i due poli consente lo sviluppo di un pensiero critico.

Questo è finora accaduto solo superficialmente per il digitale. Il desiderio di “nuovo” ha messo in secondo piano la portata del cambiamento di questi ultimi venti anni e, presi a discutere se sia meglio iOS o Android, non abbiamo colto pienamente l’arrivo del post-digitale.

Il digitale esiste, è qui, e produce i suoi effetti. Un’intera generazione che non conosce altro sta entrando nel mondo del lavoro, una generazione alla quale definire un servizio o un prodotto “digitale”, inteso come diverso e separato da un reale che si suppone analogico, sembra già inutile e probabilmente ridicolo come lo sembrano gli strumenti “elettrici” dell’Inghilterra vittoriana o gli orologi da polso “atomici” dell’America degli anni 50.

Il digitale è reale, indistinguibile e inseparabile da tutto il resto: spesso banale, spesso dato per scontato, sempre pervasivo. Tutto, luoghi, corpi, momenti, è permeato di informazione. Quello che ancora manca è la maturità di un diverso approccio etico che riconosca che al di là dei minimi ergonomici, legali, o dettati dalle esigenze di business, al di là dell’app o del sito, progettare e maneggiare informazione malamente o sconsideratamente è probabilmente peggio che inquinare il Golfo del Messico.
La primavera scorsa, Facebook ha dovuto dichiarare che non avrebbe in nessun modo cercato di influenzare le elezioni americane. In linea di principio, non è chiaro nemmeno perché Facebook, che è un’azienda, dovrebbe fare una simile dichiarazione. In pratica, la questione è ancora più inverosimile: fatta salva la possibilità post-facto di analizzare dati e discuterne per anni in qualche convegno, l’unica garanzia che abbiamo che questo non succeda è la parola di Facebook.

Non sappiamo come Facebook ordini, escluda, o promuova contenuti. Non sappiamo come i nostri “like”, i nostri “amici”, i nostri post o il tempo che spendiamo osservando immagini di gatti abbinate a testi umoristici – in gergo, «lolcats» – influenzino quello che compare sulla nostra timeline. È la loro algoritmica ricetta segreta. Neppure possiamo aggiungere Facebook alla lista dei “cattivi” e pensare di aver risolto il problema: la storia non cambia con Google, Twitter, AirBnB, Amazon, e con ogni altro servizio in cui le informazioni che circolano e le relazioni tra gli utenti sono il servizio. Quello che è necessario è smettere di pensare che tutto ciò sia “virtuale”.

Negli anni 90, internet era la biblioteca di Babele di cui parla Borges. Agli inizi del duemila, un infinito centro commerciale. Il peggio che poteva capitarci era di comprare qualcosa che non desideravamo veramente. Questi ultimi dieci-quindici anni hanno visto internet diventare il principale luogo di discussione sociale e politica, un nodo centrale di ogni servizio fornito ai cittadini, e il punto di partenza per servizi, da Uber a Netflix a Snapchat, che stanno cambiando come pensiamo il nostro essere sociali.
Il peggio che ci può capitare è, come dire, molto peggio, e non è Orwell e il suo Grande Fratello. Senza pensiero critico, senza un’etica del post-digitale, quello che ci aspetta è il nuovo mondo di Huxley, dove tutti saremo schiavi e felici di esserlo, anestetizzati da panem, circenses e lolcats.