Le previsioni nere del Wef sugli effetti devastanti della quarta rivoluzione industriale sull’occupazione non sono certo le prime. Nel 2013 due ricercatori dell’Università di Oxford, Carl Benedikt Frey e Michael Osborne, avevano gettato nello sgomento il mondo del lavoro, sostenendo che il 47% dei posti di lavoro nel mercato americano rischiano di sparire nei prossimi vent’anni a causa dell’automazione (“The Future of Employment”, pubblicato da Oxford University Programme on the Impacts of Future Technology). Ma gli economisti dell’Ocse non ci stanno. L’organizzazione parigina, che serve il piccolo club dei 34 Paesi sviluppati con un sistema democratico e un’economia di mercato, ha avviato un proprio studio, i cui risultati saranno noti in primavera, ma di cui già oggi possiamo anticipare un messaggio chiaro: la quarta rivoluzione industriale non avrà conseguenze disastrose sull’occupazione, come prevedono gli economisti del Wef e di Oxford.

Per Stefano Scarpetta, direttore per l’occupazione, il lavoro e gli affari sociali dell’Ocse, se veramente ci sarà una ripercussione globalmente negativa, sarà ben lontana da queste cifre. «Certo, l’accelerazione nello sviluppo delle tecnologie digitali pone un problema serio, ma la digitalizzazione può anche stimolare la creazione di nuovi posti di lavoro e il saldo finale non dev’essere per forza negativo», prevede Scarpetta. Il problema, del resto, non è nuovo. Già nel 1930 John Maynard Keynes dichiarò che il progresso tecnologico procedeva più rapidamente di quanto si riuscisse a ricollocare la manodopera. Della mancata sincronizzazione tra i tempi delle tecnologie e quelli del mondo del lavoro hanno parlato molto anche Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee nel loro libro “The Second Machine Age”, dove si prefigura una rapida penetrazione delle macchine anche in ambiti tipicamente umani, grazie ai progressi dell’intelligenza artificiale.

«Le macchine intelligenti stanno già assumendo compiti in cui servono competenze cognitive ed è chiaro che un certo numero di professioni sono a rischio di sparire – commenta Scarpetta -. Un esempio vicino a noi sono gli interpreti, che già oggi potrebbero in parte essere sostituiti da una macchina», come dimostrano Skype Translator e compagni. D’altra parte, però, ci sono anche molte professioni che non potranno essere sostituite: tutte quelle che comportano un’intelligenza creativa e sociale. «Le macchine fanno fatica a interagire in ambienti complessi, dove ricevono stimoli diversi e devono tener conto di elementi imprevedibili», rileva Scarpetta. Perfino un bambino è capace di orientarsi meglio di loro in situazioni articolate, dove ci sono molti fattori aleatori e c’è bisogno d’interazione sociale. Questi saranno gli ambiti in cui la domanda di lavoro per gli esseri umani resterà alta. All’altra estremità dello spettro, ci sarà sempre spazio per la manualità perfetta dell’artigiano e dell’artista.

I ricercatori dell’Ocse stanno mappando alacremente i compiti che saranno sostituiti dalle macchine e quelli che invece resteranno a lungo di pertinenza umana. Il risultato mette in evidenza una forte polarizzazione del mercato e una sparizione quasi completa dei ruoli intermedi, quelli dove il lavoro è ripetitivo e poco creativo. «Per chi riuscirà a star dietro all’innovazione, quindi, la vita lavorativa diventerà molto più interessante, ma bisognerà dare una mano a tutti gli altri per aiutarli a riconvertirsi – ammonisce Scarpetta -. La formazione continua deve diventare una realtà». Questo è il primo grande cantiere del futuro: orientare lo studio e la formazione in modo tale da non cadere nella trappola dell’irrilevanza. «Non sappiamo con certezza quali saranno i mestieri del futuro, ma sappiamo quali sono gli studi che apriranno ai giovani le porte del mercato del lavoro», precisa. Scienza, tecnologia, ingegneria e matematica restano un passaporto sicuro. Ma ci sono anche nuove convergenze di cui tener conto, ad esempio il matrimonio fra ingegneria e filosofia è destinato a produrre una lunga discendenza.

Il secondo grande cantiere è quello della protezione sociale. Le nuove piattaforme dell’economia on-demand hanno creato milioni di posti di lavoro e schiere di attività che altrimenti non sarebbero mai nate, ma la crescita del lavoro autonomo e la rapida frammentazione del mercato rischiano di mettere in crisi tutto il sistema, trasferendo i rischi sociali quasi completamente sulle spalle dei lavoratori. «Bisogna definire uno standard minimo di protezione sociale che copra tutti i lavoratori, in caso di perdita del lavoro o di malattia», sostiene Scarpetta. Ma chi paga? «Una parte del rischio dev’essere assunta dalle piattaforme stesse, soprattutto per quei lavoratori che non hanno altre fonti di reddito», è la logica conclusione. Un’idea ormai diffusa, che non piace a Uber e compagne.