Cerchiamo di andare oltre il fatto che la “blockchain non richiede un amministratore”, soprattutto analizziamone le conseguenze.
La blockchain non ha un amministratore. Ne ha diversi, scelti casualmente, che in ogni caso durano solo pochi secondi. Se una transazione è stata scritta sul registro, allora vuol dire che il mittente aveva i diritti per muovere l’asset (era davvero il proprietario) ed ha rispettato le regole per il trasferimento.

Una transazione richiede semplicemente:
– una rete di partecipanti (possono essere macchine o persone)
– una risorsa, fisica o digitale, che si trasferisce tra i partecipanti
– e soprattutto un processo, che definisca le procedure e gli obblighi per chi effettua la transazione nel registro.

Vediamo cosa c’è dentro questo registro. C’è solo la risposta a questa domanda: “Come è rappresentato nel mondo digitale il cambiamento di stato della risorsa (materiale o immateriale), e quando è accaduto?”

Il protocollo informatico usato e l’algoritmo del consenso scrivono permanentemente lo stato della risorsa. Tutto il trasferimento accade rimpiazzando gli umani con il codice informatico. Quando non ci sono umani non è richiesta la fiducia.

È sottratta all’azione umana (hard coded) anche l’esecuzione degli smart contracts, nel senso che si legano gli attori alle conseguenze delle clausole che hanno accordato in precedenza. Nella sua forma più pura, ossia quando ci sono in ballo le criptomonete, il trasferimento del valore avviene automaticamente e non si può più cancellare l’informazione. Si realizza pertanto la cosiddetta immutabilità.

Con l’immutabilità separiamo la lettura dell’informazione dalla sua scrittura.
Quando si deve riscrivere un’informazione su un database tradizionale c’è il “lock” (per prevenire scritture contemporanee da parte di più utenti), ma nei sistemi dove si possono solo aggiungere informazioni (append-only) nessuno può mettere il lock, proprio come nella blockchain.
Quindi nessuno deve attendere, e diventa possibile scalare con un database distribuito. Se invece creiamo dei supernodi essi saranno di proprietà di qualcuno, un privato per esempio, e comunque saranno localizzati in uno Stato.
La proprietà implica un potere di controllo.

Da qui in poi non ci sono più diritti per le persone. Non c’è il diritto all’oblio, non possiamo chiedere la censura o l’interruzione dell’esecuzione di uno smart contract a nessun giudice o autorità. Se c’è disaccordo nella governance c’è solo il consenso algoritmico che la risolve.

Con la blockchain, noi e le macchine siamo allo stesso tempo attori e osservatori; non ci sono amministratori in quanto non è una rete gerarchica. È una scelta difficile disegnarla in tal modo, perché se si utilizza una qualsiasi terza parte essa deve avere un’identità. E di conseguenza non ci può essere confidenzialità del dato e neanche rispetto della privacy.

Facciamo due esempi. Una fonte di consenso è quello raggiunto nel mondo fisico. L’altra fonte di consenso è quello che c’è scritto sul registro condiviso.
Cosa succede se per qualche caso non sono sincronizzati? Accade che l’oggetto è nella disponibilità di un soggetto quando dovrebbe essere posseduto da un altro. La blockchain rivelerà che l’oggetto appartiene a una persona, anche se l’oggetto ha cessato di esistere.
Facciamo un altro esempio con le auto usate. Crediamo a quello che è misurato dal contachilometri della vettura (che però ha registrato tutti i suoi spostamenti precedenti, tutte le manutenzioni programmate e chilometraggio nel registro).
In questo caso, la lettura fisica del contachilometri non avrà valore, perché conta quello che riporta la blockchain.

È importante avere piena consapevolezza sul fatto che l’informazione contenuta nel registro condiviso non è la verità, ma deve essere presa per verità, perché le abbiamo dato la priorità rispetto al mondo fisico. Siamo davvero disposti a questa sottomissione?

Se si vuol impiegare la blockchain, la responsabilità e la sicurezza è tutta personale; non esiste il custode, né il debitore né il creditore, né il cliente né il venditore.
Per tali motivi la blockchain, specialmente quella con le criptovalute, dovrebbe essere solo usata se abbiamo ben compreso l’opportunità (e il rischio) di spostare la responsabilità dall’amministratore alla rete; dall’intermediario al proprietario.