C’è un organo, nel corpo umano, che non viene descritto nelle classiche tavole di anatomia. Pesa mediamente un chilo, più del cuore che a vuoto raggiunge a malapena gli 800 grammi. E’ fatto di miliardi di batteri che vivono nell’apparato digerente e svolgono moltissime funzioni. Ad esempio regolano la digestione degli alimenti, perché aiutano l’attività degli enzimi che giungono nell’apparato digerente,  favoriscono la produzione di vitamine del Gruppo B, producono sostanze di scarto che diventano utili, come l’acido acetico, il propionico o il butirrico che vengono assorbiti dal sangue e diventano carburante per muscoli, cuore e cervello e intervengono nei meccanismi che regolano l’attività del sistema immunitario del corpo grazie alla presenza di composti che si producono in seguito alla fermentazione.

Viste le potenzialità di questo “organo” e delle possibili influenze su moltissime manifestazioni patologiche, dall’allergia al diabete e al sovrappeso fino all’influsso sulle reazioni difensive e al benessere del sistema nervoso, non stupisce che la ricerca si stia interessando sempre di più all’argomento. L’obiettivo è quello di mettere a punto ceppi batterici che possano influire positivamente sulla composizione degli “abitanti” della megalopoli che vive nell’intestino, con ricadute positive sulla salute dell’essere umano.

L’Italia è ai vertici mondiali della scienza, sia attraverso la classica ricerca accademica sia attraverso iniziative che nascono dall’Università per prendere vita come vere e proprie start up specializzate. E’ il caso di 
Aat (Advanced Analytical Technologies), che compie dieci anni ed è costituita (caso quasi unico nel panorama nazionale) completamente da donne. E’ un giovane spin off universitario italiano, dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, fondato per promuovere l’innovazione e la ricerca sugli alimenti funzionali e in particolari sui probiotici e sui prebiotici. Dal giugno del 2005 al giugno del 2007 l’Università Cattolica ha rappresentato l’incubatore per le attività di Aat, che ha trasferito l’esperienza universitaria alla realtà del mercato offrendo servizi diagnostici di oggi una sua sede legale ed operativa e rappresenta un punto di riferimento per la ricerca in questo settore. Probiotici e prebiotici, è il caso di ricordalo, non sono la stessa cosa. “I probiotici sono colture batteriche vive benefiche aggiunte ai cibi  per migliorare l’equilibrio microbico intestinale e quindi gli effetti della flora batterica sul benessere dell’organismo, mentre i prebiotici sono rappresentati da  componenti come l’inulina che non vengono digeriti ma svolgono un effetto benefico stimolando la crescita di batteri nel colon” spiega Lorenzo Morelli, preside della Facoltà di Scienze agrarie, alimentari ed ambientali dell’Università Cattolica di Piacenza. Aat mette a disposizione servizi diagnostici ad alto contenuto scientifico al fine di assicurare risultati precisi, affidabili e riproducibili, e può vantare una solida e competente conoscenza dell’applicazione della biologia molecolare all’innovazione nel settore dei prebiotici e dei probiotici”.

Proprio sui batteri “buoni”, che possono rappresentare una strategia d’approccio per alcune condizioni patologiche nell’essere umano, si sta invece concentrando l’impegno di Probiotical, azienda di Novara (36 milioni di euro di fatturato con il 10% di investimenti destinati alla ricerca, contro una media di settore ben più ridotta)  che oggi ha in portafoglio circa settanta ceppi batterici di proprietà, caratterizzati (cioè sottoposti ad una serie di studi mirati per valutarne gli effetti) e depositati. “Siamo tra le poche aziende al mondo a “produrre” probiotici e oggi abbiamo una banca dati di ceppi batterici di altissimo livello – spiega Vera Mogna, responsabile del Business Development dell’azienda -. Il nostro approccio prevede di testare sull’uomo gli effetti di specifiche popolazioni batteriche selezionate in base alle possibili indicazioni, visto che il trattamento con probiotici può risultare d’aiuto anche in condizioni patologiche. Collaboriamo quindi con importanti centri di ricerca accademici italiani e ora stiamo conducendo uno studio clinico anche all’estero sui neonati. In Africa, infatti, anche grazie a specifici probiotici si potrebbero contrastare i deficit nutrizionali che concorrono a determinare l’ancor elevato tasso di mortalità nel primo anno di vita tra i bambini”. L’obiettivo, ancora una volta, è quello di “cambiare” le migliaia di miliardi di abitanti che vivono nel nostro apparato digerente, concentrandosi soprattutto nell’intestino, per trovare nuove strade per preservare o ritrovare la salute.