Cosa ci fa un drone a sei eliche sulle colline delle Langhe? Sorveglia uno dei patrimoni del Piemonte: il Barolo. Fontanafredda, storica cantina di Serralunga Alba (Cuneo) da più di 7 milioni di bottiglie l’anno, ha sperimentato per 12 mesi un esacottero alto 60 centrimetri e largo 70 per una mappatura di precisione dei suoi vitigni.

Il velivolo ha sorvolato 30 dei 100 ettari della società, eseguendo una scansione dei terreni e rilevando dati utili alla squadra di agronomi e dipendenti della cantina: dal ruscellamento all’esposizione del suolo, dallo stato di nutrizione dei vitigni all’impiego dei fertilizzanti. Un lavoro di analisi supportato e sovrapposto dai laser impiantati sullo stesso terreno e capaci di fare rilevazioni fino a 4 chilometri di distanza. Risultato? Una mappatura centimetro per centimetro, realizzata dai software applicativi con la sovrapposizione delle informazioni “di aree e di terra” ricavate dal monitoraggio sui vitigni.

Non che Fontanafredda, con i sui 45 milioni di fatturato, sia digiuna di tecnologie eco-compatibili. Alberto Grasso, direttore agronomico della cantina, spiega che l’azienda sta adottando da anni soluzioni per ridurre il più possibile l’impatto ambientale della produzione: dal riutilizzo costante delle acque a Heliosec, soluzione progettata da Syngenta che permette una disidratazione naturale dei reflui.

L’esperimento del “drone del Barolo” è il passo in avanti per un’agricoltura di precisione che aumenti l’efficienza e riduca i rischi. «Prima di tutto, questa soluzione ci permette di intervenire in maniera più mirata e sulla base di informazioni tecniche. Per fare qualche esempio, possiamo nutrire il vigneto in maniera differenziata, zona per zona, e ridurre l’apporto di fertilizzanti  non necessari», fa notare Grasso. Non solo: la collaborazione (elettronica) tra il drone e i laser ha permesso di alzare il livello di guardia sul terreno, base dei vitigni e del lavoro dei più di cento dipendenti reclutati dall’azienda. «Il drone ci permette di individuare le aree dove le acque ristagnano, in maniera che non ci siano smottamenti e preservandolo da rischi. Cosa importante anche dal punto di vista della sicurezza di chi deve spostarsi con i mezzi sulla collina ed è è soggetto a pericoli di routine, come il ribaltamento», spiega Grasso.

Nel futuro, il volo del drone potrebbe essere ancora meno solitario. Grasso spiega che la cantina sta progettando di rinforzare il suo parco tecnologico con una schiera di macchinari che affianchino le operazioni di routine nei campi, come la campionatura dell’uva. Dopo  essere state sorvolate dal drone, le colline potrebbero ospitare una schiera di robot a funzione enologica? «Esatto. Cingolati, mezzi semoventi che facilitino e accelerino le operazioni più meccaniche, che sottraggono tempo ai lavoratori. In fondo, quello che vogliamo fare è sfruttare al meglio le informazioni che ricaviamo».

Ma i “robot del vino” anticipati dal volo dell’esacottero non rischiano di ridurre il ruolo umano nella lavorazione vitinicola? Grasso pensa il contrario: «Gli operatori dovranno essere presenti. È impensabile pensare alla coltivazione senza il controllo umano. Le macchine che stiamo adottando potranno solo migliorare le condizioni di questo terreno, ma niente può togliere le esperienze di chi ci lavora. Stiamo parlando di vino».