Il 26 giugno 2013, con delibera 18592, la CONSOB regolamentava e autorizzava i portali di raccolta equity crowdfunding, aprendo così ufficialmente la strada ad una forma di finanziamento dal basso che vede gli investitori acquistare quote del progetto imprenditoriale economicamente supportato.
I numeri: un milione di euro raccolti in poco più di un anno, nove portali di cui tre già attivi, sette progetti pubblicati, tre dei quali sono stati chiusi con successo, altri tre attualmente in corso e uno che non ha raggiunto l’obiettivo di raccolta entro il termine stabilito. Da una parte il caso Paulownia che ha realizzato il target di 520mila euro in 56 giorni, chiudendo il finanziamento con 50 giorni di anticipo rispetto al termine (fissato al 30 settembre) e dall’altra parte il caso Face4Job, startup attiva nel reclutamento del personale, che ha raggiunto solo il 4% dei 250mila euro stabiliti come soglia di finanziamento.

I progetti che hanno raggiunto il deal
Sono tre e si muovono in ambiti differenti: Cantiere Savona che progetta e costruisce imbarcazioni di lusso a propulsione solare, Diaman Tech attiva nella creazione di software finanziario e, infine, Paulownia Social Project la quale, attiva nelle piantagioni, può fregiarsi del titolo di prima startup a vocazione sociale ad essere stata finanziata con l’equity.
Il modello funziona, ma c’è ancora molto da fare
Ancora lungi dall’attecchire al sistema economico italiano, l’equity sta dimostrando di potere funzionare egregiamente, a patto che il progetto imprenditoriale sia comprensibile agli investitori. Sulla possibilità di estenderlo anche alle aziende non innovative, abbiamo chiesto un parere all’avvocato Alessandro Lerro, esperto di crowdfunding e advisor di Paulownia Social Project S.r.l. : “dipende fortemente dalla volontà del Ministero dello Sviluppo Economico, molto attento a queste tematiche, la mia speranza è che si vada presto in questa direzione”. Circa le possibilità di estendere l’equity crowdfunding alle aziende municipalizzate, l’avvocato Lerro è meno possibilista, citando come vantaggio quello del coinvolgimento dei cittadini e tra gli svantaggi la scarsa predisposizione all’apertura ai capitali privati che spesso le aziende partecipate dalla cosa pubblica manifestano.
Altro tassello utile allo sviluppo dello strumento è costituito dalle banche che in futuro potrebbero inserire tra i propri prodotti anche gli investimenti in equity crowdfunding.
“Non c’è un grosso mercato – continua l’avvocato Lerro – tre progetti finanziati non sono una quantità sufficiente per coinvolgere le banche; è vero che inserire nella propria offerta di prodotti finanziari anche dei progetti di equity crowdfunding costituisce una valida opportunità, per i clienti, di diversificare il proprio portafogli”. E, per le banche, di offrire prodotti inediti a quella clientela che non disdegna gli investimenti ad alto rischio.
Il binomio “equity – startup innovativa” è un limite da valicare; non tutti gli investitori sono in grado di apprezzare e comprendere appieno un progetto potenzialmente rivoluzionario. Anche in questo caso estendere l’equity alle aziende tradizionali aiuta a contestualizzare lo strumento e a creare un consenso più ampio.
Fenomenologia dell’equity
Tre casi di successo sono pochi per creare parallelismi e individuare gli elementi vincenti. La foto di gruppo dei progetti finanziati suggerisce però che contano l’ambito, il territorio e l’entità della somma raccolta. Diaman Tech ha raccolto 160mila euro da 75 investitori, con un impegno medio di 2mila euro ciascuno, provenienti per lo più dalle regioni settentrionali. L’azienda è ubicata nel Veneto ed opera nel comparto finanziario, vicina per affinità di business alle piazze del Nord. Gli yacht della Cantiere Savona hanno raccolto 380mila euro; il 30% dei 44 investitori sono sardi esattamente come l’azienda. Paulownia, con base in Sicilia, ha ottenuto un terzo dei 520mila euro dal meridione; hanno partecipato 12 investitori con una media di circa 43mila euro ognuno. Al momento attuale si può sostenere, temendo però di essere smentiti in futuro, che più è alto l’importo da raccogliere e più scende il numero degli investitori. Alla stessa stregua si nota una qual certa “affinità territoriale” tra gli investitori.
Poche regole (e per nulla chiare)
Scrivere il decalogo del successo dell’equity (e comunque del crowfunding in generale) è compito proibitivo: è più facile scrivere il decalogo di ciò che bisogna evitare per scongiurare il fallimento; regole auree che però, da sole, non possono garantire il successo. Chi promuove una campagna equity deve lavorare sodo online e offline per spiegare l’entità del progetto al fine di convincere operatori finanziari e sottoscrittori a muoversi con discreta disinvoltura in uno scenario di investimenti ad alto rischio, che può essere almeno in parte limitato dalla bontà del business in sé. È il caso di Paulownia la quale, al momento dell’inizio della campagna equity, aveva già ricevuto ordinazioni dai clienti. Elemento che di certo ha convinto parte degli investitori che il rischio potesse essere affrontato. Alla base dello sviluppo dell’equity c’è la diffusione della corretta cultura e della corretta educazione: i primi tre progetti finanziati insegnano che lo strumento è valido e applicabile, anche se i numeri parlano chiaro: pochi investitori e per lo più professionali.
Il profilo di chi investe nell’equity
Sempre prendendo spunto dai tre progetti giunti all’obiettivo, appare evidente che di “crowd” ce ne sia ben poco: nel caso di Paulownia 140mila (il 27% del goal) sono stati sottoscritti da un investitore professionale mentre Cantiere Savona ha ricevuto, in un’unica sottoscrizione, un versamento da 100mila euro (ancora una volta il 27% del totale). Sono quindi gli investitori professionali quelli che dimostrano di gradire l’equity, cosa non deprecabile se riescono ad influenzare anche gli investitori retail.
La soglia del 5% non ha fatto danni (per ora)
Affinché un obiettivo di raccolta si possa definire raggiunto, oltre a coprire l’intera somma richiesta, almeno il 5% di questa deve essere sottoscritta da un investitore professionale. Potenzialmente può essere un limite ma, per il momento almeno, non ha condizionato i progetti pubblicati. Una riflessione su questa norma la fornisce l’avvocato Lerro: “ È una regola inutile poiché, al contrario della omologa norma in materia di Minibond, l’investitore professionale non è vincolato a mantenere la partecipazione e la può cedere anche il giorno dopo. Quindi non svolge un ruolo di Mentore o Promotore coinvolto al 100% nel progetto. Tuttavia ciò è del tutto illusorio: un investitore professionale opera in logica di portafoglio, cioè assume dei rischi diversi e bilanciati tra loro; quell’investimento in quel settore ha senso perché ne ha fatti altri in altri settori. L’investitore retail che segue l’esempio del professionale, non conosce il portafoglio del professionale, né ha un proprio portafoglio; quindi la decisione di seguire l’esempio dell’investitore professionale non ha alcuna logica.”
L’unica cosa certa, ad un anno dalla regolamentazione dell’equity crowdfunding, è la necessità di creare e condividere la cultura dell’investimento tra i piccoli e i medi risparmiatori. Quelli che, di norma almeno, sono meno propensi al rischio.