Non usa social network, si regge sugli abbonamenti e su un paywall severissimo che impedisce anche la condivisione dei pezzi. Solo da poco ha aperto alla pubblicità, che non fa però pagare a clic ma a giornata. Non usa video, infografiche e in generale nessuna forma di multimedialità, ma solo puro testo, manco fosse fatto col piombo. Le foto le ha introdotte solo con il passaggio all’html5 nel 2012 (prima utilizzava Flash) ma ancora oggi sono una rarità. Non coinvolge i lettori in nessun modo e utilizza solo giornalisti, undici in redazione, pagati quanto li paga il principale concorrente (ma con un giorno in più di riposo settimanale), assieme a una fitta rete di collaboratori.

Difficile credere che stiamo parlando di un giornale online, ma così è. E funziona da oltre dieci anni in Canada, e per la precisione ad Halifax nella regione della Nuova Scozia, est del Paese. Si chiama infatti AllNovaScotia.com e a renderlo un caso unico ci sono i suoi 7.400 abbonati nel 2013 (in rialzo dai 5.950 del 2012) che pagano fra 10 e 30 dollari canadesi al mese, con in più un quarto del fatturato che proviene invece dalla pubblicità. Facendo una media di 20 dollari ad abbonamento mensile se ne deduce che il giornale ha da questa voce un giro di affari di circa 1,7 milioni di dollari l’anno (circa 1,2 milioni di euro) a cui aggiungere circa un ulteriore 25% che arriva dalla pubblicità. Tutti dati che si devono desumere dai paper accademici delle scuole di giornalismo di Harvard e Columbia perché AllNovaScotia non diffonde i propri numeri.

Ora, si può obiettare, perché prendere ad esempio del modello di sottoscrizione-paywall un giornale canadese e non il più noto Mediapart, giornale francese di inchieste anch’esso basato sullo stesso modello? Anch’esso è infatti redditizio con i suoi 60mila abbonati e col pareggio di bilancio raggiunto nel 2011 che mostra anche 500mila euro di profitto. Ma quello che ha di particolare il prodotto canadese sta nel fatto che non nasce attorno a un grande nome, come invece accade nel caso francese. Anche qui, per carità, molto, quasi tutto, è dovuto alla personalità del suo fondatore, l’inglese David Bentley. Su Wikipedia lo si trova solo come businessman mentre anche ora che ha settant’anni ogni mattina Bentley è nel locale tribunale di Halifax a raccogliere storie. Non era famoso e non lo è manco ora. Qui la notorietà del fondatore non ha giocato un ruolo da protagonista. Quando nel 2001 trovò i primi abbonamenti per AllNovaScotia dopo pochi mesi sospese le pubblicazioni perché non riusciva ad andare avanti.

Mediapart è invece il figlio del re del giornalismo di inchiesta d’Oltralpe, quel Edwy  Penel, molto noto per scoop di grande rilevanza come il coinvolgimento dei servizi segreti di Parigi nell’affondamento della Rainbow Warrior, la nave di Greenpace che andò a picco nel 1985. A 52 anni, nel novembre 2004, lasciò la direzione di Le Monde, il principale giornale di sinistra in Francia, ed era già una stella del giornalismo della gauche. Di Bentley non è invece manco noto esattamente l’orientamento politico.

Nel suo caso valgono almeno due elementi. Il primo è che la Nuova Scozia ha solo un milione di abitanti, meno di Milano città. Si tratta di un prodotto locale, come quasi sempre nella stampa nordamericana, molto radicato nelle strutture sociali della sua piccola comunità. La classe dirigente, i lobbisti, ma anche le piccole e medie aziende e le banche, sono loro i principali lettori. Ma a fondare questa testata è stato un inglese che si è spostato ad Halifax quando era già fatto e formato. Bentley nasce giornalista allievo di Harold Evans, storico direttore del Sunday Times e poi negli Usa di Atlantic Monthly, e si sposta in Canada nel 1966 per fondare alcuni giornali di gossip sempre rigorosamente senza pubblicità che erano stati dei piccoli casi editoriali.  Ama ripetere, in stile Steve Jobs, che «ai lettori non devi dare quello che vogliono ma ciò di cui hanno bisogno».

Nel suo giornale non ci sono capiredattori o capiservizio, Bentley, che l’ha fondato assieme a sua figlia Caroline, si vanta di non aver mai fatto una riunione, lui e il suo vice seguono personalmente lo staff, sia quello senior che quello più giovane, e nel tamburino del giornale compare solo come quarto nome con il titolo di «business reporter».  La rubrica «chi sta facendo causa a chi» è una delle più lette, la copertura dei dei lavori del locale parlamento (non dei retroscena, dei lavori) è completa e precisa, il gossip è ancora usato, eccome, ma con delle cautele. La prima è che, a chi critica AllNovaScotia per l’utilizzo di fonti anonime, Bentley ribatte «incrociamo quelle anonime con altre fonti indipendenti fra loro». La seconda è che il gossip ha spazio solo «quando la vita personale interferisce col buon funzionamento degli affari». Le storie del giorno, poi, vengono caricate tutte assieme a mezzanotte mentre rari sono gli aggiornamenti. Le inchieste sono tante, le carriere e le fortune della locale classe dirigente vengono analizzate a fondo, dai politici di seconda e terza fila ai nuovi ricchi, passando per i soci degli studi legali e i funzionari pubblici.

A fare la differenza è però soprattutto che AllNovaScotia dà notizie e, altrettanto importante, le dà in maniera credibile. Sono gli altri giornali che si trovano a doverlo citare di continuo.  E se lo scrivono i giornalisti di Bentley, vuol dire che è vero. Il giornale è solo suo, «non devo soldi a nessuno», ama ripetere sornione, «la nostra indipendenza è totale». Per ripartire dopo il primo fallimento chiese a 20 piccole aziende di comprare 10 abbonamenti a testa da 20 dollari al mese. Mai una linea di credito o un altro investitore, ogni profitto viene reinvestito.

A suo modo Bentley, con la sua operazione così conservatrice in termini di valori di produzione, è stato un vero innovatore. Mentre tutti facevano le stesse cose, lui ha cercato e trovato la sua strada. Ma il primo a riconoscere che non si tratta di un modello facilmente ripetibile è proprio lui. Non che lo sia manco quello di Mediapart visto che ora che Marco Travaglio ha dato vita al Fatto Quotidiano, l’unica in Italia che potrebbe partire con un buon numero di pre-abbonamenti e, replicare in qualche modo il successo di Pinel, è Milena Gabanelli. È solo che, come dice Bentley, la sua battaglia per un giornalismo di qualità pagato dai lettori online non è esattamente stata vinta: «Di che razza di successo parliamo? Non è che questo modello si sia diffuso a macchia d’olio nel continente, o mi sbaglio?». No, non si sbaglia. Anche perché pur senza la notorietà di Pinel, a fare la differenza anche nel caso di Bentley è stata la personalità del fondatore. Senza la prima si può anche fare, ma non senza la seconda, perché l’unica cosa che ha valore in un giornale è il talento di chi lo fa.

Ma questi processi, tanto più in epoca di vacche magre, hanno tempi lunghi e con l’operazione di disintermediazione che è parte dell’essenza politico-sociale della rete scommettere che nasceranno vari altri tentativi di costruire micro giornali basati sulla notorietà o sulla personalità del fondatore è vincere facile. Attenzione ad esempio alle mosse di una star dell’informazione online com Andy Carvin, o alle dure critiche che sta ricevendo Glenn Greenwald, il giornalista del caso Snowden, per  aver accettato i 250 milioni di dollari del magnate Pierre Omidyar per fondare il suo The Intercept. L’accusa è di non aver fatto ricorso al crowdfunding o agli abbonamenti, quando invece ne aveva la possibilità.