Lo spazio può insegnare? Una risposta l’aveva già data Loris Malaguzzi, padre del modello delle scuole dell’infanzia di Reggio Emilia, che gli attribuiva il ruolo di “terzo insegnante”. «Lo spazio è duttile, flessibile, modificabile con l’esperienza e si estende se si dotano le persone di strumenti, anche cognitivi», spiega Silvano Tagliagambe, filosofo della scienza ed esperto di modelli scolastici: «Oggi le tecnologie offrono possibilità mai viste prima, esperienze che vanno oltre le pareti e fanno entrare il mondo nell’aula».
Su queste basi è in atto una grande trasformazione della “forma” della scuola che si apre a un modello nuovo di apprendimento attivo, di connessione di intelligenze e di collaborazione tra persone. «L’elemento scatenante è l’introduzione della tecnologia, che scompagina i ruoli e rivoluziona la didattica – spiega il presidente di Indire, Giovanni Biondi -: il digitale spinge a lasciarsi alle spalle un apprendimento fatto di semplice trasmissione dal docente allo studente a uno basato sulla costruzione collaborativa della conoscenza». Indire sta studiando le aule del futuro, partendo dai modelli innovativi delle scuole nordiche per arrivare alle sperimentazioni italiane: «L’obiettivo è una modellizzazione didattica che metta a sistema l’innovazione». In Italia gli edifici scolatici sono circa 34mila, dei quali 1.500 risalgono all’800. Il Governo ha promesso investimenti per la ristrutturazione degli edifici scolastici. Ma gli interventi non potranno limitarsi a ricopiare l’organizzazione e le strutture precedenti.
Perché la vecchia classe che ruota attorno alla cattedra, da cui il docente distilla il suo sapere agli studenti, organizzati in posti fissi con un ordine rigido è giunta al passo d’addio. Per essere sostituita da «un ambiente policentrico, privo di cattedra, nel quale la lezione frontale è solo una piccola parte della didattica, per lasciare spazio, anche nella sua configurazione, ai processi collaborativi», spiega Alessandra Rucci. All’istituto Savoia Benincasa di Ancona, di cui è preside, ha costruito diversi prototipi di classi con banchi modulari e arredi leggeri per cambiare continuamente la disposizione. Il fiore all’occhello è l’Aula 3.0, uno spazio comune con sedie ergonomiche, stazioni di lavoro multimediali, Lim, un anfiteatro dove gli studenti possono presentare ai compagni i loro lavori. Al Benincasa si stanno progressivamente tagliando i libri di carta, sostituiti da testi digitali, spesso prodotti da studenti e docenti insieme. Così le classi devono avere postazioni web e video per ricercare e condividere i materiali necessari per gli ebook. Ma anche luoghi per lo studio individuale.
Diversa la sperimentazione dell’Itis Volta di Perugia, che adotta i testi digitali degli editori e ha scelto un approccio basato sul cooperative learning che “destruttura” l’intera scuola. «Lo spazio classe-aula non esiste più – spiega la dirigente Rita Coccia –: ci sono aule laboratorio delle singole discipline, tutte dotate di proiettore interattivo, e gli studenti, con i loro tablet, si muovono per classe da una all’altra secondo l’orario, come si fa all’università». A loro volta i professori condividono lo spazio aula per materia, trasformandolo in un ambiente di “contaminazione” con i colleghi. L’anno prossimo la sperimentazione evolverà smembrando anche le classi: «Le prime avranno orari paralleli per alcune materie, italiano e matematica, in modo che le classi si potranno dividere a seconda delle esigenze, favorendo la personalizzazione e il recupero».
L’Istituto comprensivo di Cadeo e Pontenure, nel piacentino, ha scelto una via di mezzo per i testi della scuola media: «Lo strumento deve essere funzionale alla consapevolezza personale – spiega il preside Daniele Barca illustrando il progetto Libr@ -: la lettura è sedimentazione del sapere e la carta assolve bene a questa funzione, mentre gli strumenti digitali sono utili per integrare con altre forme di approfondimento e di aggregazione dei contenuti». Così per le materie di maggior riflessione è stata scelta una forma mista di libro più app, mentre le altre, geografia e musica in primis, puntano su testi autoprodotti. In ogni caso sono stati approntati spazi comuni diversificati: l’aula iPuff con biblioteca e tv collegata al web per attività decostruite di gruppo, la Mondrian, con proiettore interattivo e tavoli modulari al bisogno, e una che funge da laboratorio collaborativo per le scienze.
Sono solo alcuni esempi, ma sperimentazioni sono in corso in tutta Italia. Le diverse strutturazioni degli spazi di apprendimento si ispirano ai modelli del Future Classroom Lab di European Schoolnet e del Teal (Technology Enabled Active Learning) del Mit di Boston. «Lo spazio non è più imposto e chiuso come prima e neanche le relazioni sono imposte perché si spezza la corrispondenza tra classe e aula», commenta Tagliagambe.
La rivoluzione verso una scuola che si fa liquida a partire dalla classe appare più forte delle critiche di chi teme l’anarchia: «La confusione creativa non genera mai silenzio e passività, ma necessariamente rumore e partecipazione sotto la guida di un coach», sostiene Alessandra Rucci. Le fa eco Barca: «Il caos fisico non deve trasformarsi in disordine cognitivo. Al contrario, la destrutturazione deve favorire l’inclusione e la valorizzazione di intelligenze diversificate».