I braccialetti per il fitness stanno per diventare scatole nere che rivelano dati sul nostro corpo, a fini legali o assicurativi. A nostro vantaggio…o contro noi stessi.  È uno scenario che sta prendendo forma rapidamente. Negli Usa è in corso il primo processo dove i dati di un fitness tracker (il Fitbit) sono addotti come prova per ottenere un risarcimento assicurativo. Nel contempo, è appena nata la prima app connessa a un’assicurazione sanitaria. Si chiama Pact e permette di aumentare o abbassare la franchigia di un’assicurazione a seconda se facciamo poca o molta attività fisica, monitorata da uno strumento come Jawbone Up o Fitbit.

L’idea di portare i dati a un processo è venuta a uno studio legale che sta assistendo una giovane personal trainer, per una causa assicurativa. La ragazza ha avuto un infortunio. I dati del Fitbit (confrontati prima e dopo l’evento) provano che ha dovuto ridurre di molto la propria attività fisica e ha così diritto a un adeguato risarcimento dall’assicurazione. Lo studio legale ha fatto subito sapere che l’idea si sta diffondendo: gli stanno arrivando numerosi clienti che vogliono usare i dati di un fitness tracker a supporto delle proprie cause, per un motivo o per l’altro.

Per ora è una cosa volontaria, domani chissà: alcuni giuristi americani (come Neda Shakoori dello studio McManis and Faulkner) già prevedono un giorno in cui un giudice obbligherà qualcuno a svelare, al processo, i dati del proprio braccialetto. Proprio come si fa con le scatole nere degli aeroplani in caso di incidente. Lo stesso può avvenire con le assicurazioni.  Per ora solo Pact consente ai datori di lavoro di legare l’attività fisica dei propri dipendenti a una copertura assicurativa più o meno vantaggiosa. Ma se questa soluzione si rivelerà più competitiva, sarà imitata da altre assicurazioni e quindi non sarà più una libera scelta.

Insomma, man mano che i fitness tracker si diffondono, se ne rivelano le implicazioni sociali e legali. Smettono quindi di essere strumenti (solo) personali e cominciano ad avere una ricaduta sui propri rapporti con il mondo, le leggi, le istituzioni.

Ma può succedere solo negli Usa, dove i valori della privacy sono meno stringenti? «In Italia non ci sarebbero grandi difficoltà a utilizzare in giudizio anche questo genere di dati proprio come si utilizzano già tanti dati acquisiti dai dispositivi mobili o dai computer di bordo delle auto o dai social network – risponde Guido Scorza, avvocato tra i massimi esperti di diritti digitali -. Nel caso in cui il monitoraggio dell’attività fisica divenisse sistematico, invece, mi sembra un po’ diverso».

«È davvero libero – mi chiedo – il mio consenso a permettere all’assicurazione un trattamento tanto invasivo dei miei dati personali, a fronte di uno sconto importante?». E ancora: «Che cosa ci farebbero gli assicuratori con una quantità di dati tanto preziosi? Siamo sicuri che, con un apposito consenso, non finirebbero per utilizzarli anche commercialmente? Chi assicurerebbe e a che condizioni le persone più a rischio?».

«Nella sostanza – aggiunge Scorza – l’idea non mi piace e mi sembra muovere da una concezione della privacy – addirittura quella legata ai dati sensibili – un po’ troppo business oriented. Il diritto alla privacy dovrebbe essere meno disponibile di quanto in genere si pensa».