L’ultimo data-report sulla mobilità condotto da Ericsson (ericsson.com/mobility-report) ha rilevato che nel mondo circolano più o meno 6.8miliardi di smartphone, di cui 80milioni sono stati aggiunti nella prima metà del 2014. Gli aumenti si sono registrati soprattutto in Cina (12milioni), Russia e India (5milioni), Indonesia (4milioni). E’ inutile dire che maggiore é il numero di smartphone che vagano per la strada, maggiori sono i data che viaggiano dentro e fuori la rete. Un percorso e itinerario che permette ad aziende di accresere i propri profitti attraverso la vendita delle informazioni private. Cosa succederebbe però se ogni utente cominciasse a chiedere dei soldi per ogni dato personale che viene usato? Che valore monetario verrebbe attribuito alla privacy?  E’ la domanda a cui ha cercato di rispondere una ricerca condotta da Telefonica Research in collaborazione con l’Università di Trento e la Fondazione Bruno Kessler. “Money walks: A Human -Centric study on the Economic Of personal Mobile data” é il titolo di questo studio durato due mesi (Ottobre-Dicembre 2013) in cui sono stati coinvolti 60 utenti, di età compresa fra i 28 e i 44 anni, che hanno partecipato a un “living lab” (laboratorio vivente) dove hanno aderito a essere monitorati 24 ore su 24.  Per tutta la durata dell’esperimento a ciascun user é stato consegnato uno smartphone su cui é stato installato un software apposito per l’intercettazione e la raccolta dei dati.  Le informazioni archiviate sono state divise in quattro categorie: comunicazione (telefonate e sms), location (GPS), media (foto) apps (tempo speso sulle applicazioni scaricate sullo smartphone).  “Nel momento in cui é partita la ricerca – ci dice Jacopo Staiano giovane ricercatore al MOBS, Mobile and Social Computing Lab presso la Fondazione Kessler- coloro che hanno deciso di partecipare sono stati informati sugli scopi di del progetto”. Ogni giorno i vari utenti  ricevevano un questionario in cui dovevano rispondere a delle domande specifiche, fra cui “Ieri hai parlato al telefono per un totale di 52 minuti”; “Ieri alle 23:56 eri in via degli Orbi 4 a Trento”; “Ieri note hai usato la Google Talk app per 82 minuti”, “Ieri alle 14:23 hai scattato una foto”

“Nello studio – continua Staiano – abbiamo visto che più del 50% delle applicazioni usate erano quelle relative alla comunicazione, quindi skype, viber e whatsapp. Quest’ultimo ha sostituito praticamente il classico sms”.

Oltre al questionario, una volta a settimana ai partecipanti veniva chiesto di mettere all’asta i loro dati e lanciare un’offerta monetaria, una frequenza che poi é aumentata con il procedere della ricerca. Per fare in modo che i risultati fossero più onesti e reali possibile gli esperti hanno optato per un’asta al rovescio (reverse second-price auction), un meccanismo per cui vinceva il corrispettivo del secondo prezzo più basso. Il vincitore, sostanzialmente, portava a casa l’equivalente della seconda offerta minore. In 60 giorni, quindi, sono state lanciate 596 aste e sono stati pagati 262 euro in Amazon voucher. Dall’analisi é emerso che il valore medio attribuito alla vendita dei dati é di circa 2 euro. “Il 56% delle persone – precisa Staiano –  ha attribuito maggior valore ai vari data sulla geocalizzazione, essendo questo uno dei dati più sensibili. Inoltre, dai vari studi svolti, i partecipanti sono sì molto preoccupati delle loro informazioni personali, ma spesso tendono a non leggere i termini di condizione e non sono informati sull’attuale legislazione in tema di protezione dei data”. Lo studio, ovviamente, ha dato vita a nuove idee e potenziali soluzioni. “La ricerca ci ha fatto pensare alla creazione di trust frameworks, cioé cornici protette in cui cedere i propri dati in modo sicuro. Il modello attuale non é più sostenibile perché sfugge al controllo e le persone non si sentono difese. Creando un ambiente circoscritto, invece, le persone sono in grado di esercitare un maggior controllo sui dati che forniscono”. Esistono già delle iniziative di questo tipo, come per esempio Personal.com, un’applicazione che permette di monitorare la propria privacy e idcubed.org, progetto del MIT Media Lab. “La consapevolezza e la co-partecipazione contribuiscono a creare un’ ecosistema digitale più aderente a un modello di privacy che tutti quanti ci aspettiamo.  I data non possono essere usati come prodotti da mandare sul mercato, ma bisogna lavorare per stabilire dei contenitori sicuri. Tutto ciò porterà, un giorno, alla formazioni di sorgenti più aperte e permetterà di usare le risorse in modo più fluido e trasparente”.

Alla metà di settembre a Seattle durante la conferenza ACM Ubicomp 2014 (International Joint Conference on Pervasive and Ubiquitous Computing), manifestazione che premia le nuove ricerche che hanno per tema l’integrazione di  software e processori nei vari oggetti quotidiani di modo che questi possano comunicare le informazioni, il progetto di Telefonica Research e dell’Università di Trento si é aggiudicato il “Best Paper Award”.

 

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BIG DATA. LA SFIDA DELL’INNOVAZIONE

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