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Le nomination sono arrivate in settimana: dopo l’ampia parte dedicata alle produzioni internazionali, che attribuirà 19 premi in altrettante categorie, le candidature al “Drago d’oro”, il ribattezzato Oscar italiano del videogioco, si sono completate con quelle ai migliori titoli sviluppati in Italia.

Le statuette a foggia di coda appuntita saranno consegnate ai vincitori il prossimo 16 marzo, durante la prima edizione di “Let’s Play- Festival del videogioco”, nel Guido Reni District a Roma.

Un appuntamento importante e con partnership istituzionali, che al di là della serata di gala proverà a tastare il polso del settore nel nostro Paese.

Per questo, mentre la competizione internazionale vede pesi massimi come “Uncharted 4”, “Overwatch” o “Final Fantasy XV” sfidare piccoli grandi esempi di innovazione e coraggio come “Inside” o “Firewatch”, è importante concentrarsi sulla compagine italiana candidata al “Drago d’Oro”.

Perché dice di un settore che a un consumo possente nel nostro Paese affianca una produzione minuta, una rete di sviluppatori ancora poco connessa e soprattutto non in grado di imporsi con continuità sul panorama internazionale.

Ciò premesso, è altrettanto innegabile che il “Drago” arrivi anche a coronare un anno epocale per chi produce videogiochi nella Penisola: anzitutto il fatturato complessivo dei game developer è cresciuto fino a circa 40 milioni di euro (fonte: Aesvi, novembre 2016), una cifra contenuta ma doppia rispetto a quella rilevata dal censimento precedente, del 2014. Per la prima volta, poi, lo scorso novembre la legge di riforma di cinema e audiovisivo ha esteso anche al gaming una serie di misure di sostegno finanziario coperte da un fondo per lo sviluppo degli investimenti di almeno 400 milioni di euro (i decreti attuativi dovrebbe arrivare a settimane).

Infine, e in questo le nomination sono molto rappresentative, a essere significativa della nostra pur ridotta produzione in pixel è la varietà di temi, contenuti e approcci. Anzi, forse solo in merito a questi ultimi si potrebbero criticare le selezioni dei finalisti, troppo ripetitive e, per certi versi, limitate.

Si auspica che in futuro alcuni accorgimenti ai meccanismi della competizione, come per esempio l’eliminazione dell’autocandidatura, inneschino uno scouting capillare, necessario a un settore che ha bisogno di crescere anche in visibilità.

Motivo per cui, prima di passare in rassegna i cinque finalisti italiani nella categoria principale, è doveroso menzionare “Lantern”, candidato a due statuette “techiche” e sviluppato dai già trionfatori lo scorso anno Storm in a Tea Cup, “Memoir En Code: Reissue”, titolo dall’eccellente game design di Alex Camilleri, e “Active Soccer 2 DX”, superbo esempio di fluidità firmato da The Fox Software.

Via con la panoramica.

 

“Little Briar Rose” (di Elf Games Works per Pc, Android, iOS)

 

 

La direzione artistica unica e audace – il titolo, in 2d, ha l’estetica dei decori su vetro -, e la giocabilità capace di rendere l’avventura punta e clicca perfetta per goderne su piattaforme portatili, fanno di questa piccola produzione un esempio eccellente di ottimizzazione delle risorse. Da Brescia – con Mangatar alla pubblicazione -, gli Elf Games Works dimostrano come anche una delle favole più classiche, “La bella addormentata nel bosco”, possa essere rinnovata e raccontata in modo imprevisto quanto divertente.

 

“Redout” (di 34Big Things, per Pc, Ps4, Xbox One, Nintendo Switch)

Il cuore dei torinesi 34Big Things è con evidenza orientato all’omaggio dei racing game fantascientifici che hanno segnato il passato, titoli come “WipeOut”, “F-Zone” o “Rollcage”. La loro testa si rivolge invece al futuro, con un comparto tecnico da brividi – stricto sensu – arguto nel fondere una grafica low-poly a raffinatezze di ultima generazione, e all’ardita ma azzeccata implementazione della realtà virtuale, compatibile con Rift, Vive e Razer Osvr. Soddisfatti? È solo una partenza: dopo le buone vendite su pc, complice 505 Games oggi il gioco si appresta a uscire in versione fisica per tutte le console.

“The Town of Light” (di Lka, per Pc)

 

 

La storia di “The Town of Light” è esemplare per lo sviluppo del videogioco in Italia: nato dall’iniziativa di un docente fiorentino, Luca Dalcò, e inizialmente sviluppato con un gruppo di suoi studenti, il gioco è un modo di raccontare una storia vera e drammatica – una degenza all’ex ospedale psichiatrico di Volterra – con tutti gli strumenti del gaming, realtà virtuale compresa.

Dopo un inizio difficile (e un mancato crowdfunding), il titolo comincia a farsi notare in festival internazionali presitigiosi, tanto da diventare un caso e finire allo Smithsonian American Art Museum di Washington, nella seconda edizione di Indie Arcade, il principale evento dedicato alle prospettive del gaming indipendente nella Capitale americana.

È dello scorso aprile la pubblicazione in una edizione limitata (e fisica) per la pescarese Adventure Productions.

“Valentino Rossi: the Game” (di Milestone, per Pc, Ps4, Xbox One)

 

Il «gioco più completo della Moto Gp mai realizzato» è anche la conferma della realtà più solida della nostra produzione videoludica (già trionfatrice ai “draghi” passati): non solo negli anni la milanese Milestone ha guadagnato una credibilità internazionale in ambito racing, ma è anche stata capace di rinnovarsi quando si cominciava a criticarla per una certa stasi “tecnologica” (leggasi il motore di gioco) e di mettere in pratica una strategia aggressiva, pronta a investire su testimonial d’eccezione e prodotti in grado di onorarne la caratura internazionale.

È un bel segnale, anche simbolico, che dopo il pluricampione di rally, Sébastien Loeb, a collaborare con lo studio sia stato il nostro centauro più celebre, di cui il gioco ripercorre le memorabile carriera.

 

“Zheros” (di Rimlight Studios, per Pc, Xbox One)

 

La cornice fantascientifica è solo un pretesto; con “Zheros” i siciliani Rimlight Studios ci sono andati pesante, nel senso che il loro debutto è un picchiaduro a scorrimento vecchia scuola, di quelli in cui conta solo saper menare le mani. Ma anche nel senso in cui il gameplay, pur arci noto, è onorato dalla perizia e dall’attenzione che ogni combattimento richiede, in fondo il segreto per divertire (e trattenere) gli amanti del genere.

Una modalità cooperativa ben fatta completa la miscela, non a caso intercettata da Microsoft e inserita nel programma id@xbox, di supporto agli studi con personale e risorse ridotti. Una solida base su cui continuare, ci si augura, ad andarci pesanti.