Atmosfere hitchcockiane da “Finestra sul cortile”, grafiche eleganti à la Saul Bass. Il grande Abarasse (Carosello Records) l’ultimo album di John De Leo è suono e immagini. Disco, art-book, fumetto, libro, film. Più che solo cantautore, De Leo potrebbe essere definito “raccontatore”: un artista prezioso, uno dei pochi italiani internazionali, poiché senza tempo.

L’ex voce dei Quintorigo torna dopo sei anni con un album rock, elettronico, jazz, lirico, pop, d’avanguardia, che si può leggere oltre che ascoltare, che mischia Modugno alla letteratura russa, lo stile graphic novel alle mazurke dei balli in paese. Nulla è intoccabile, per John De Leo, forse per questo è tutto… un grande Abarasse.

La cover del cd Il grande Abarasse di John De Leo
La cover del cd Il grande Abarasse

Le dieci tracce dell’album sembrano capitoli di un romanzo. Il condominio in cui l’autore ambienta il suo disco è pieno di suoni, voci. È solo musica, eppure l’autore dichiara: «Il Grande Abarasse è un concept-album che mette in musica le dinamiche di convivenza di quel micromondo che abita le scale dello stesso palazzo: un condominio. Ogni brano è un suo abitante che si trova a vivere un evento traumatico, un’esplosione che il condomino racconta attraverso la propria soggettività», e all’ascoltatore non rimane che ascoltare la magia di questi suoni, come primi spettatori di fronte al treno dei Lumiére.

La prima traccia dell’album “È già finita? / Il cantante muto” è manifesto di una sconfitta, l’impossibilità di dare voce a ciò che si è. Come Duke Ellington per Anatomia di un omicidio, la traccia numero due potrebbe essere la colonna sonora di un film di Hitchcock con “Il gatto persiano” che sfila sul cornicione, indolente, nottambulo, unico testimone dell’esplosivo evento che accomunerà i condomini. “La mazurka del misantropo” è un condensato di Romagna, terra che ha cresciuto John De Leo, nato a Lugo, paese in provincia di Ravenna. Un omaggio al liscio, sottotesto alla follia dilettante dei nostri gesti, rimandi al teatro brechtiano, all’impossibilità di capirsi e all’assurdo di Ionesco.

Ne Il grande Abarasse vi sono suggestioni: De Leo usa l’onomatopea, il suono si fa sempre più puro. “Io non ha senso” – costruita con parole interrotte, che proprio sul vuoto costruiscono ulteriori significati – recita: «Il senso è il viaggio che ti racconto al ritorno». I suoni creano spazi, ambienti. Sentendo invece “Primo moto ventoso” non si può non pensare ai disegni del grande maestro Miyazaki.

Arrivati a metà album, poi, dagli interni si passa agli esterni, ai grandi orizzonti. “Apocalissi Mantra Blues” è un inno alla vitalità, un canto degli Indiani d’America (ascoltando la canzone a occhi chiusi, vedrete il vecchio stregone indiano sotto cieli di metallo, un Tempo senza fine, il cerchio della Natura che è pianto di bambino e contemporaneamente, da un’altra parte del mondo, ruggito d’orso). L’esilarante “50 Euro” è un condensato di stile e sense of humour, racconto breve, una black comedy con tanto di pedinamenti, equivoci, esplosioni, protagonisti comuni afflitti da psicosi urbane. Il brano “The Other Side of a Shadow” è tratto da un testo di Joseph Conrad, al pianoforte Uri Caine il noto compositore musicista jazz statunitense. La linea di suono tra i due è ombra e parola, sodalizio di piano e voce.

Verso la fine, il brano “Di noi Uno” è poesia che viene dal mare. Mentre l’ultima canzone “Muto (come un pesce)” riprende l’iniziale tema del cantante, che «Sta muto» per evitare parole a vanvera e cattivo gusto, vacuità e giacenze commerciali (il capitalismo, la sovrapproduzione, altro tema dell’autore De Leo).

E così l’ultima traccia rimanda alla prima, il corto circuito narrativo si chiude. Da qui in poi sono ghost track, sei tracce sperimentali con la partecipazione dell’Orchestra Filarmonica del Comunale di Bologna. Ulteriore nota estetica: il cd è un vero art-book, disegni di Andrea Serio e progetto grafico dell’editore Orecchio Acerbo.

Il Grande Abarasse è un disco che racconta di viaggio, di voce che è narrazione di storie. Atmosfere eleganti e musiche d’ogni tempo. Storie a racconti. Libri a lungometraggi. Dischi a voce. Quella unica di John De Leo.