Se piccola tosta e agile. Come nel primo Mirror Edge, anzi di più. Acclamato dai fan (meno dalla critica) torna la più luminosa simulazione fantascientifica del parkour. Quando uscì nel 2008 Faith piacque perché cambiava prospettiva ai giochi d’avventura. Il titolo non era privo di difetti ma il blu del cielo, le corse sui tetti, i megaschermi interattivi, le macchine volanti, i condizionatori fumanti, i palazzi di vetro di una metropoli familiare e futuribile lo hanno reso qualcosa di davvero diverso nel panorama di genere. Questo reboot, che è un reboot a tutti gli effetti, ci consegna una Faith più arrabbiata. La ritroviamo appena uscita di prigione e obbligata a reinserirsi nella società trovando un posto di lavoro entro un tempo limite. Poteva essere il Super Mario degli action in prima persona invece si accontenta di essere un gioco unico nel suo genere, luminoso ma incompiuto.

Cosa ci è piaciuto. L’aria nei capelli, la corsa, la velocità, la giovinezza e la vertigine di non avere muri che non possono essere scalati. Il primo Mirror Edge aveva sorpreso ma non convinto. Ma era comunque rimasto nel cuore di alcuni appassionati che frequentano i videogiochi anche per cercare cose nuove. Questo reboot mantiene le promesse, regala libertà e scorci di azzurro splendidi e si lascia giocare come una corsa sfrenata nell’erba. Poi la città è disseminata di gadget e oggetti da collezionare.

Cosa non ci è piaciuto. La trama sa un po’ di già visto. Anche Faith poteva essere caratterizzata un po’ di più. E’ sempre nervosa e arrabbiata. Mai una gioia. Il vero neo però è la sciatteria. Troppe zone un po’ vuote a fronte di ambienti ben rifiniti e ispirati. Peccato.

Il consiglio. Colpire e correre. correre e colpire. Attenzione: non è uno shooter non occorre fare fuori sempre e comunque tutti i nemici.