David Nahamoo, IBM fellow, T.J. Watson Research Lab, è stato l’ospite lo scorso martedì 17 novembre del primo Bemacs Talk, la nuova serie di talk online sull’impatto delle tecnologie sulla nostra vita, promossa dal Bachelor of Science in Economics, Management and Computer Science, il nuovo programma internazionale di insegnamento dell’Università Bocconi in partenza dall’anno accademico 2016-17, interamente in inglese e riservato a 80 studenti selezionati, che combina l’insegnamento di economia, management e diritto con quelli di computer science, programmazione, machine learning e big data.

“Ci stiamo spostando da un’economia dell’informazione verso un’economia della conoscenza, e sarà una grande trasformazione”, ci ha detto poco prima di cominciare la sua conferenza il professor Nahamoo, che lavora su Watson, il sistema cognitivo di IBM capace di dialogare in linguaggio naturale, e che negli ultimi due anni si è concentrato sul cognitive computing, con enfasi particolare sulle interfacce naturali uomo-macchina, multimedia analytics e sicurezza mobile. “Nei prossimi anni il cognitive computing ci permetterà di trasformare in realtà il sogno del sistema esperto. Stiamo arrivando a capire come codificare la conoscenza e poi costruire un sistema conversazionale al di sopra di essa, in modo che possa parlare con le persone. L’interazione tra uomo e macchina si sta liberando di tre grosse limitazioni: non sarà più necessario che sia strutturata, precisa e accurata. Andiamo verso un nuovo mondo in cui sarà possibile comunicare con le macchine in modo non strutturato, impreciso e non del tutto accurato”.

“L’enfasi si sposta dal memorizzare cose all’elaborarle analiticamente”, spiega Nahamoo. “Le tecnologie dei big data avranno un grande impatto, perché la quantità di dati a disposizione ci permette di fare scoperte, molto più velocemente di quanto fosse possibile prima. Il cervello umano ha capacità logiche molto migliori di quelle delle macchine, ma le macchine possono prendere in considerazione una quantità di dati superiore di dieci ordini di grandezza a quella che noi possiamo assorbire”. Secondo il professore, avremo presto assistenti digitali in grado di consigliarci su ogni aspetto della vita, dalla scelta di un regalo a quella dell’arredamento, per non parlare di campi molto più cruciali come la sanità, la finanza, l’istruzione.

“Guardiamo i giovani: gli strumenti che hanno a disposizione rendono superfluo per loro macinare numeri, e usano calcolatrici anche per le cose più semplici; ma iI tempo che così risparmiano viene usato per compiere operazioni di livello più elevato. Ora avverrà un processo simile: lasceremo ai computer il compito della raccolta e dell’elaborazione dei dati, e daremo alle persone l’opportunità di occuparsi degli stadi finali della sintesi decisionale, uno dei campi in cui gli esseri umani sono ancora molto più forti delle macchine”.

Di fronte all’immagine di un futuro in cui la vita sarà migliore, come quello descritto da Nahamoo, si possono fare due obiezioni. La prima è che l’espansione dei big data toglierà spazio alla nostra privacy; la seconda è che i computer diventati “esperti” toglieranno lavoro agli esperti umani. Tuttavia il professore esprime tranquillità su ambedue i fronti.

Il problema della privacy si pone sempre. Noi comprendiamo che esiste del valore che possiamo estrarre dai dati che ci riguardano, come società e come individui. D’altra parte siamo a disagio perché sentiamo che i fatti delle nostre vite diventano più facilmente accessibili da altre persone. È un conflitto che non potrà mai estinguersi, ma non credo che il problema della privacy causerà un rallentamento nel progresso della tecnologia dei big data e dell’analisi cognitiva, i cui benefici superano gli svantaggi in moltissimi campi: medicina personalizzata, supporto personalizzato in tutto ciò che facciamo, istruzione personalizzata. Saranno le persone a stabilire un giusto compromesso”.

“Riguardo alla scomparsa di molti lavori, è già successo più volte in passato che la tecnologia abbia fatto comparire delle professioni e poi le abbia rese obsolete, come è accaduto per esempio con i centralinisti. Con i big data si creeranno molti posti di lavoro per operatori della conoscenza. Il problema è fare in modo che siano sufficienti per tutti. Ma è difficile fare previsioni, perché la società cambia. Una volta pensavamo che nel futuro avremmo lavorato per meno di 30 ore al giorno, e non mi risulta che questo sia successo. Ma d’altra parte mentre lavoriamo siamo sempre in contatto, attraverso Internet, con le nostre famiglie e gli amici, per cui la divisione tra il lavoro e il resto della vita è diventata meno netta. La tecnologia cambierà la società in modi che ancora non immaginiamo”.

 “Nel Rinascimento ci si aspettava che un dottore in filosofia sapesse tutto quello che c’era da sapere in ogni campo dello scibile umano”, ci ha detto Nahamoo al termine della nostra conversazione. “Ora non è più così, perché la conoscenza è cresciuta talmente che un solo uomo non può tenere a mente tutto. Ma forse, ora che i computer ci stanno togliendo l’incombenza di dover memorizzare ogni cosa, ritorneremo a non avere limiti in ciò di cui possiamo occuparci. Le persone non si ancora rese conto che oltre ai big data esistono gli “huge data”, quelli che stanno nei cervelli di sette miliardi di individui. Ora stiamo cominciando a tenere anche quei dati sotto osservazioni e a codificarli. I dati non sono solo quelli prodotti dalle macchine, sono anche quelli prodotti dall’esperienza. L’unica differenza tra noi e gli altri animali è che noi abbiamo trovato un metodo di comunicazione a larga banda, ed è questo che permette all’intelligenza di esistere. Ci permette di accumulare conoscenza, cosa che gli animali non possono fare”.

La conferenza in cui il professor Nahamoo dialoga con  Emanuele Borgonovo, professore di statistica e direttore del Bemacs, e con Arnstein Aassve, dean della Bocconi Undergraduate School e demografo che utilizza grandissimi dataset per studiare le dinamiche della popolazione, è visibile in streaming sul sito dell’università.