Ghana, autunno 2015. L’innovazione agricola di una delle maggiori economie africane può contare su una tecnologia in più. Gli smartphone. Cosa c’entrano i dispositivi mobile con il potenziamento della filiera agroalimentare? Per farsene un’idea, basta cliccare su Farmerline.org: una piattaforma di sms e messaggistica vocale che raccoglie 200mila agricoltori diretti in quattro paesi del Continente. L’utente si iscrive e riceve sul suo dispositivo informazioni cruciali per l’impresa nei campi, dalle previsioni meteo, ai dati finanziari, ai vademecum delle Ong per aumentare le soglie di rendita della propria attività. L’esperimento sta dando i suoi frutti, se si considera che la app ha attirato le attenzioni di università di Oxford, Unilever e il dipartimento di Stato della Casa Bianca. E la lista di casi omologhi si allunga oltre i confini ghanesi, da servizi di e-commerce per l’ortofrutta alle piattaforme di crowdfunding.

L’Africa subsahariana è uno dei terreni d’elezione di quella che è stata ribattezzata “rural social innovation”, l’innovazione sociale in agricoltura. Un sistema che cavalca la velocità del web per rinsaldare la comunicazione tra agricoltori, con piattaforme che permettono – ad esempio – di affittare appezzamenti da un tablet o spartire il lavoro su coltivazioni condivise. Non è solo il riflesso del boom di start up agricole, emerso con anni di anticipo rispetto alla vetrina di Expo. È una rigenerazione che trasferisce, in agricoltura, la stessa evoluzione di paradigma adottata nel business globale: dalla sharing economy alla sharing agricolture, l’agricoltura che fa di comunicazione digitale e redistribuzione i suoi pilastri di sostenibilità. Gli esempi abbondano, anche in un’Italia che si sta confrontando con la richiesta di nuovi professionisti e nuove competenze nella filiera agricola. Tra i casi in ascesa c’è Rural Hub, l’hub di innovazione sociale-rurale fondato a Calvanico (Salerno) con una lista di partner che include l’Istituto agronomico mediterraneo di Bari, Libera Terra, P2P Foundation, il Regional Rural Development Standing Working Group e la media company newyorchese Food+tech connect. Di cosa si tratta? Nelle parole dei fondatori, un “hacker-space” che farà convivere più funzioni: spazio di coworking, incubatore di start up, laboratorio di innovazione tecnica, sede di incontro tra neoimprenditori e investitori.

Per ora è scattata la fase di ricerca, con una mappatura della “neo-ruralità” che fermenta nella Penisola. Il concetto, in via di definizione, allude a un ritorno alla terra aggiornato dalla strumentazione digitale: «Per neo-ruralità si intendono tutte le esperienze di giovani che tornano all’agricoltura e mettono a frutto le proprie competenze tecnico-digitali in maniera nuova» spiega Francesco Martusciello, Ceo di Rural Hub. Il ventaglio di know-how spazia dall’agricoltura di precisione alla social innovation, dal recupero delle terre senza valore commerciale ai “farmer 2.0” che diffondono l’alfabetizzazione digitale nelle pratiche agricole. L’apertura della filiera al web, spiega Martusciello, può restituire centralità a un processo che rischia di «mortificare» gli sforzi delle microimprese. La logica è semplice: più si fa rete, più il prodotto riacquista la centralità sacrificata ai meccanismi della grande distribuzione. «Nella catena convenzionale, il prodotto è sempre più mortificato: quando acquisto il prodotto agricolo, solo una minima parte va al produttore – spiega Martusciello – Stiamo studiando nuovi modelli economici: la piattaforma digitale serve proprio per comunicare, creare una comunità e mantenere i rapporti».

Uno dei modelli adottati è quello della community supported agricolture, la produzione che coinvolge i consumatori finali in tutti i gradini del processo: «Sono dei modelli in cui gli agricoltori coinvolgono una comunità di consumatori, attenti alla qualità del prodotto e alla sua provenienza. I consumatori entrano in gioco in fase di investimento, quindi ricoprono una co-responsabilità» dice Martusciello. E nel futuro? Tra gli obiettivi di lungo corso emerge l’ipotesi di una certificazione peer-to-peer, secondo il principio di una “filiera open” che trasformi il controllo qualità in un’analisi del tutto trasparente. Quanto al crowdfunding, è un capitolo già aperto. Ma a una condizione: la concretezza dei progetti. Perché si parla pur sempre di terra. E non si semina sul nulla: «Il crowdfunding deve essere sperimentato, ma siamo convinti possa aver significato solo se, prima, si è creata una comunità di supporto – dice Martusciello – Non basta fare una app ‘ad effetto': l’iniziativa deve toccare delle corde, risolvere problemi reali».

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