Il digitale potrebbe salvare gli architetti, o comunque offrire loro opportunità finora sconosciute: ne sono convinti tre giovani che hanno deciso di affidare le sorti di questa professione alla rete, accendendo una startup che in realtà funge quasi da agenzia di recruiting. A pensare questa impresa digitale chiamata Cocontest sono stati due fratelli e un loro amico, oggi socio in affari. Tutti e tre romani, ma con lauree e percorsi differenti: Filippo e Federico Schiano di Pepe, insieme ad Alessandro Rossi. L’idea – tutta italiana, con capitali però di diversi investitori americani e anche arabi – oggi si sviluppa tra Roma e San Francisco. «E nel prossimo futuro incrementeremo l’assunzione di figure manageriali proprio in America», precisa Alessandro Rossi. La community oggi conta ventisettemila architetti e interior designer provenienti da novanta Paesi differenti e ‘ingaggiati’ per circa trecento contest all’anno. «Diamo lavoro grazie a commesse che arrivano da tutto il mondo, abbattendo di fatto le barriere geografiche di questa professione», precisa Rossi.

Non tutti la pensano così: la levata di scudi contro questa startup ormai internazionale arriva proprio dal Parlamento italiano: un gruppo di onorevoli (per la maggior parte architetti) in tarda primavera ha firmato una interrogazione parlamentare per procedere con un intervento restrittivo nei confronti della piattaforma (prima firmataria è Serena Pellegrino di Sel). Viene minata la credibilità della professione, sostiene in sintesi l’interrogazione. Arrivando ad argomentare che “nell’ambito della suddetta piattaforma, non è affatto chiaro chi certifichi le competenze dei designer e chi garantisca il cliente di avere a che fare davvero con un architetto, con un ingegnere, piuttosto che con un improvvisato”.

Gli startupper non riescono a comprendere il senso dell’interrogazione. «Con noi ognuno è libero di partecipare ad un contest. In un momento di crisi generale e strutturale del mercato architettonico rappresentiamo un’opportunità». In barba a queste critiche, Alessandro Rossi è anche convinto del passaggio epocale che la loro startup stia facendo compiere all’accesso alla professione. «Esiste un prima e dopo per l’architettura. Prima la scelta era relazionale, oggi con la rete diventa meritocratica: il professionista viene scelto in base ad un concorso e ai progetti». A suffragare la tesi per il team ci sono i numeri: in Italia la stima del reddito medio di un architetto è di 17mila euro all’anno. «Ecco allora che Cocontest diventa un’occasione: un contest si fa in 3-4 giorni, con 700 euro circa per ciascuna gara».

Da chi mette in rete gli architetti a chi aggrega baby sitter. «Quanto deve pagare una professionista per iscriversi alla nostra piattaforma? Soltanto 9,90 euro al mese. Come Spotify. Anzi, le dirò di più: siamo uno Spotify del baby sitting». Scherza (ma non troppo) Giulia Gazzelloni, fondatrice di Le Cicogne insieme a Monica Archibugi. Entrambe poco sopra i 25 anni d’età, hanno deciso di creare un’impresa, partendo da un bisogno reale. E questo in fondo è un must per il digitale, che lega sempre di più domanda e offerta. «Stiamo sviluppando un’idea molto semplice per un mercato molto complesso. Ci rivolgiamo ad un segmento che ricerca persone affidabili e che abitano vicino», racconta Gazzelloni. Nata nell’aprile 2013 e accelerata da Luiss Enlabs, oggi la piattaforma registra in tutto, tra primo e secondo rilascio del progetto, quasi duemila baby sitter e duemilacinquecento genitori. Tutto gira attorno ad una app, con la quale è possibile calcolare le ore di lavoro. Con l’app il lavoratore fa check-in e check-out e questo consente il calcolo delle ore. Il prezzo viene stabilito di concerto col genitore – quindi in qualche modo è oggetto di contrattazione – ma di solito si aggira intorno ai 10 euro l’ora. Due euro poi sono i costi di transazione e assicurazione, quest’ultima inclusa nel servizio. «La transazione economica avviene tramite noi, con un mandato all’incasso della baby sitter in tempo reale tramite collegamento con account Paypall. Quindi la somma viene accreditata anche immediatamente», puntualizza Gazzelloni. Il profilo di queste nuove lavoratrici online? Studentesse con orari flessibili, tendenzialmente con i pomeriggi liberi, sotto i 25 anni d’età. «Le baby sitter più fidelizzate lavorano anche nove ore a settimana, solitamente tre turni da tre ore l’uno. Tra le nostre lavoratrici quelle che lavorano di più possono portarsi a casa anche un discreto stipendio mensile».

Di cifre mensili interessanti – se si lavora con costanza – si parla anche nel mondo del pet sitting, ovvero nell’universo legato agli animali da compagnia. Numeri in crescita costante per PetMe, piattaforma nata a Milano nel marzo 2014 e ad oggi accelerata da B-Venture, acceleratore di startup nella galassia Buongiorno: oltre 18mila utenti registrati e 6mila pet-sitter iscritti.

La startup è stata fondata da Alice Cimini, 40 anni di Chieti, e da Carlo Crudele, 36 anni di Salerno. Compagni di vita e di lavoro, oggi entrambi si dedicano in tutto e per tutto alla loro creatura. «Abbiamo passato un’estate con numeri da capogiro. Operiamo in tutto il territorio italiano. Siamo più forti nel centro e nord-Italia, con una buona distribuzione su Roma e su Napoli», precisa Cimini. Per l’idea c’è in fondo uno zampino felino. «Devo tutto ai miei due gatti: il siamese Pepè e Minù, che è venuta a mancare a fine giugno. Pepè è un gatto con diabete, per cui sin dall’inizio avevo la necessità di trovare un pet sitter bravo e preparato. Da qui l’idea di creare questo servizio».

Ad ogni pet sitter è richiesto un curriculum. Alcuni sono specializzati con animali esotici. Ciascuno suggerisce le tariffe e nel momento in cui un utente prenota il servizio con carta di credito è inclusa l’assistenza veterinaria gratuita. E poi – in piena filosofia da sharing economy – c’è tutto un sistema di recensione con ranking di valutazione. «Le tariffe? 15-20 euro anche con un pernottamento. Per i servizi a domicilio si varia: da un minimo di 8 ad un massimo di 10 euro».

Architetti, baby sitter, pet sitter e le altre professioni in rete: ecco la via tutta italiana del digitale, tra aggregatori e piattaforme nostrane di sharing economy. Il rischio di questa economia on demand, paventato dall’ultimo rapporto Barclays su precarietà e rafforzamento di monopoli, nelle ricette italiane sembra sfumarsi a favore di una genuinità imprenditoriale, ancora in fase embrionale. Tanta passione, valide intuizioni e capitali che spesso arrivano da Oltreoceano.

In fondo però tutto questo è lo specchio di un mercato parzialmente immaturo: siamo ancora poco connessi e digitalizzati. Prima il bicchiere mezzo vuoto: su 100 italiani addirittura 37 sono completamente tagliati fuori dalle tecnologie digitali. Ovvero non hanno mai navigato su Internet né acceso un computer. La media Ue è del 20%, ma tra i Paesi virtuosi la Svezia si aggiudica il primo posto con il 3% appena di persone escluse dalla tecnologia. Tra gli europei dopo l’Italia ci sono solo Grecia e Bulgaria (entrambe con il 41%) e Romania (43%). Lo scenario, basato su rilevazioni Eurostat, emerge dalla decima edizione speciale dell’Annuario Scienza Tecnologia e Società 2014 di Observa Science in Society, curato da Massimiano Bucchi dell’Università di Trento e Barbara Saracino dell’Università di Firenze.

Ma nonostante tutto in Italia c’è un trend che cresce nel fare impresa in rete. E la dimostrazione di fatto è data dal moltiplicarsi di piattaforme che aggregano professionisti. Eccolo allora il bicchiere mezzo pieno, con una pletora di italiani propensi alle novità digitali e con il posting sui social media sempre più gettonato: si è passati dal 7% del 2012 all’attuale 13% stando alla fotografia di Nielsen Global New Product Innovation realizzata su un campione di 30.000 individui in 60 Paesi.

Dai consumatori agli investitori: perché i numeri fanno sperare sul fronte accelerazione e incubazione di impresa nel digitale. Solo lo scorso anno gli investimenti si sono aggirati sui 46 milioni di euro: questa è la cifra messa in circolo dai business angel italiani, con un +45% sull’anno precedente. A rivelarlo è stata l’IBAN, l’Italian Business Angels Network su dati elaborati da Sda Bocconi. Più nel dettaglio nel 2014 si sono registrate 135 operazioni di investimento per oltre 180 nuovi posti di lavoro creati nelle startup innovative.

Intanto nuove figure professionali provano a farsi strada nel panorama di quella che l’Economist ha felicemente definito ad inizio anno ‘on demand economy’, arrivando a censire oltre 50 milioni di americani immersi in questa modalità di lavoro.

Niente affatto casi isolati allora. Perché le richieste di questi neonati servizi si moltiplicano e mutano nel tempo: oggi ad esempio al team di Petme viene spesso richiesto un dog sitter fisso. «Ecco perché stiamo inserendo anche l’asilo diurno. Pensavamo che il pet sitter servisse soltanto durante un periodo di vacanza, in realtà oggi viene scelto per tante altre ragioni», puntualizza Cimini. E’ la nuova economia digitale, che da eccezione diventa parte della nostra quotidianità.

@gpcolletti