In Italia anche l’alta tecnologia è un affare di famiglia. Prendete Kentstrapper. Il nome è inglese ma dietro c’è la famiglia Cantini e in particolare Luciano e Lorenzo, due fratelli fiorentini di 30 e 23 anni che nel 2011 hanno dato vita alla loro prima stampante tridimensionale. Oggi ne vendono venti al mese e tutto nasce da una passione comune per i Lego. “La mia famiglia ci ha cresciuto con i mattoncini, erano quelli i regali di Natale e da lì è nata la nostra voglia di creare oggetti”, racconta Lorenzo. “Con mio fratello giocavamo a creare cose, siamo partiti da semplici kit di montaggio e poi siamo andati avanti. Ancora ricordo di quando abbiamo costruito un dispositivo che apriva automaticamente la porta della nostra casa di campagna”.

Certo, non tutti gli appassionati di costruzioni diventano innovatori e anche la loro storia non è lineare. “Nel 2010 volevamo costruire un robottino ma non sapevamo come fare perché le componenti erano costose”, prosegue Lorenzo, “L’unica alternativa quindi era farsi i pezzi da soli”. Così creano un pantografo con dei materiali di recupero e sul braccio mettono una fresa presa in prestito da una zia podologa. Come dicevamo, qui si fa tutto in famiglia. Ecco però il primo problema: “La fresa non andava bene perché è una tecnologia sottrattiva, a noi invece serviva una tecnologia additiva, dovevamo creare pezzi ad hoc che non potevano essere modellati da altri materiali”. Così al posto della fresa mettono una pistola per colla a caldo. Grazie ai Lego e degli elastici ne bloccano il grilletto e la pistola rilascia il suo fluido strato su strato, proprio come un estrusore di una stampante 3D. È il 2011 e il primo nucleo del loro primo prodotto è nato ma manca ancora qualcosa.

Cercando su Internet si imbattono in RepRap, la mamma di tutte le stampanti low cost. Ideata nel 2005 dall’inglese Adrian Bowyer, è un progetto open source che offre non solo una stampante ma anche il software necessario per farla funzionare. È proprio quello che i due fratelli stanno cercando. Pescando sempre dal web scoprono che in Italia c’è un bolognese che ne possiede una ma non sa farla funzionare e da qui nasce l’accordo: “Gli abbiamo chiesto di prestarcela, così avremmo potuto studiarla, e in cambio gliela avremmo messa in moto”. Dopo sei mesi Luciano e Lorenzo padroneggiano la RepRap e i suoi software, sanno come creare oggetti fondendo dei filamenti di plastica. Insomma, hanno fatto il grande salto nella stampa 3D e ora pensano di mettere a frutto ciò che hanno imparato. È così che nasce Archimede, la loro prima stampante. È il 2012 e diventano subito delle celebrità. Vanno in televisione, sui giornali e in un blog raccontano le loro imprese. Da qui è tutto in discesa: le persone si interessano al loro prodotto e i due diventano un punto di riferimento. Il segreto è uno solo: essere italiani. Online infatti si trovano decine di stampanti “ma bisogna conoscere l’inglese, spesso non c’è assistenza nel nostro territorio o comunque non nella nostra lingua, mentre noi offriamo un servizio completo”. Per il marchio scelgono il nome di Kentstrapper, una fusione tra il soprannome di Lorenzo, Kant, proprio come il filosofo, e Strap, il nome adottato dalle macchine che derivano dalla RepRap.

Il primo modello commerciale è Galileo, proposta dal 2012 in un kit pensato per maker e hobbisti che potevano costruirla da soli, poi è il turno di Volta, una macchina con un’aria più professionale, con un design curato e maggiore potenza. Per crescere però servono i soldi e anche qui interviene la famiglia. Di crowdfunding non sanno nulla, provano a cercare investitori ma ci vuole troppo tempo per i fondi e con i bandi e le sovvenzioni è peggio che andar di notte. “Devi sapere come funzionano e per un ragazzo di vent’anni non è semplice. Perfino riempire i moduli diventa un’impresa”, ammette Lorenzo. Così subentra il papà che ci mette i soldi e lo spazio di lavoro, e nel tempo si aggiungono lo zio, il cugino e perfino il nonno.

Ora la Kentstrapper è arrivata a vendere una ventina di stampanti al mese, i volumi raddoppiano ogni anno ed è in grado di sostenersi da sola puntando solo sul mercato italiano. Avevano pensato di espandersi ma per ora preferiscono stare qui. Come dicevamo infatti la loro forza è nell’essere italiani, di fare parte a pieno titolo nel nostro movimento maker che per quanto si riferisca alla Rete e si definisca transnazionale contiene sempre in nuce un forte imprinting legato al territorio. Rimanere in Italia poi significa far crescere un mercato in espansione, che si è aperto ufficialmente al grande pubblico solo con la Maker Faire di Roma dell’ottobre 2013, quando perfino le grandi catene di elettronica hanno iniziato a esporre alcuni modelli di stampanti 3D. La rivoluzione insomma è proprio dietro l’angolo, meglio non farsela sfuggire andando all’estero.