Il Cile ha lanciato un grande esperimento di innovazione nel 2010, pagando gli imprenditori stranieri per stabilirsi nel paese per sei mesi. Offriva 40.000 dollari, più uffici gratuiti, accesso internet, tutoraggio e networking. Allo stesso tempo veniva offerto di vivere in uno dei posti più belli del mondo, dove le abitazioni sono relativamente a buon mercato e corruzione e crimine quasi inesistenti. Quello che il Cile chiedeva in cambio era che l’imprenditore interagisse con i suoi colleghi locali e considerasse l’ipotesi di stabilirsi nel paese in maniera continuativa.

Sembrava troppo bello per essere vero. In effetti in molti hanno pensato che fosse una follia. Ma il Cile stava facendo una scommessa: gli imprenditori stranieri erano chiamati a trasformare la cultura d’impresa insegnando ai cileni come prendersi dei rischi, aiutarsi a vicenda e formare delle connessioni globali. L’esperimento, sotto l’etichetta Start-Up Chile, ha avuto un successo tale che nell’ottobre 2012 l’Economist ha parlato di “Chilecon Valley”.

Oggi Santiago è tutta un fermento di nuove imprese, i laureati che escono dalle università spesso guardano più alle startup per cercare lavoro che alle grandi aziende, l’iniziativa di Start-Up Chile è riconosciuta in tutto il mondo come brand di innovazione e gli imprenditori locali sono diventati più ambiziosi e guardano a opportunità all’estero. Questo è quello che ho osservato durante le mie visite in Cile.

Start-Up Chile è stata travolta dalle richieste: più di 12mila da 112 paesi. Al programma sono state ammesse 810 startup da 65 paesi. Le prime 199 società che hanno visitato il Cile hanno riportato di aver raccolto 72 milioni di dollari di finanziamenti. Le 132 imprese che hanno deciso di installarsi qui hanno raccolto 26 milioni di dollari. Molte startup hanno avuto exit con pieno successo. E’ un risultato positivo in termini imprenditoriali tenendo conto che il Cile ha investito solo 35 milioni di dollari in questo esperimento. Altri paesi hanno speso centinaia di milioni – o anche miliardi – di dollari per creare hub di innovazione.

Schiere di consulenti avevano indotto in precedenza le singole regioni a creare parchi scientifici nei pressi delle università e dei centri di ricerca e a offrire incentivi per le aziende che si fossero trasferite nell’area, sul modello della teoria dei cluster di Michael Porter. Il quale osservava che la concentrazione geografica di aziende interconnesse, fornitori specializzati e provider di servizi garantiva un vantaggio competitivo in termini di produttività e di costi. I suoi seguaci avevano modellizzato questo sistema mediante i “cluster”, che potevano creare innovazione nelle regioni. Ma non è stato così: la formula non ha funzionato. Il cluster industriale top-down si è rivelato una chimera moderna. Il Cile ha dimostrato che le persone, non le aziende, sono alla base dell’innovazione.

Decine di miliardi di dollari sono stati investiti da centinaia di regioni in tutto il mondo nel tentativo di costruire cluster industriali dall’alto. I consulenti hanno intascato centinaia di milioni di dollari. A oggi non c’è un solo esempio di successo in tutto il mondo. I cluster si formano invece in modo spontaneo sulla base dei vantaggi economici e geografici impliciti della regione, nonché del lavoro degli imprenditori. L’innovazione non scaturisce dall’industria, ma dalle persone motivate dal gusto di prendersi dei rischi. Lo scopo di Start-Up Chile era quello di verificare se l’importazione di menti imprenditoriali  e la fornitura della giusta rete di sostegno e di tutoraggio sarebbero riuscite a creare hub tecnologici.

Io ho contribuito alla progettazione e ho partecipato all’advisory board di Start-Up Chile. Il mio coinvolgimento in Cile è iniziato nel 2008, quando il governo cileno ha chiesto al mio team di ricerca della Duke University di rivedere il sistema di istruzione tecnica e il suo cluster informatico. Avevo spiegato allora al governo che il cluster non avrebbe creato l’innovazione e l’occupazione sperata dal momento che il Cile non aveva il livello sufficiente di ingegneri. Invece ho consigliato di focalizzarsi sull’imprenditoria prendendo a modello Israele e Finlandia: piccoli paesi con innovatori molto ben preparati e ben motivati.

La sfida per il Cile era che – come tante altre regioni che non fossero la Silicon Valley – non aveva una cultura imprenditoriale in grado di tollerare il fallimento e di incoraggiare la sperimentazione e la condivisione delle informazioni. Così ho suggerito che il paese importasse quello di cui aveva bisogno e che sfruttasse la miopia che gli Usa dimostrano respingendo gli imprenditori più innovativi. A causa di politiche immigratorie imperfette gli Usa stanno registrando un esodo di talenti molto preparati. Il ministro dell’Economia cileno, Juan Andrés Fontaine, era scettico sull’idea che questi stranieri sarebbero venuti in Cile. Ma ha comunque deciso di provare.

Start-Up Chile è proseguito nonostante due cambi di governo e formerà la base di nuove iniziative a favore dell’innovazione, stando a quanto affermato da Eduardo Bitran, da poco nominato alla guida dell’agenzia per lo sviluppo economico (Corfo). In una riunione dell’advisory board a Stanford, ha ribadito l’importanza del progetto, che si erge a modello per il resto del mondo.

Ci sono senz’altro diverse lezioni da Start-Up Chile per le regioni di tutto il mondo. Per alimentare l’innovazione e la crescita economica, bisogna partire dalle persone: devono essere responsabilizzate, connesse e messe nelle condizioni di agire. C’è anche un’importante lezione per l’America: è necessario che si muova a mettere mano alla sua politica immigratoria prima che le Chilecon Valley si diffondano nel mondo intero, trascinate dalle persone che lei stessa ha respinto.