Come ogni storia tecnologica che si rispetti, anche quella di ShareBot nasce in un garage. L’idea è di Andrea Radaelli, un erborista classe 1984 con lunga esperienza nelle macchine a controllo numerico. Conosce frese, tecnologie additive e sottrattive e con questo approccio si avvicina alla stampa 3D. La sua prima stampante, chiamata Kiwi Lc, la costruisce appunto nel garage di casa a Lurago d’Erba, in provincia di Como. Siamo a cavallo tra il 2010 e il 2011, in Italia Andrea è uno dei pionieri, e per realizzare le sue macchine recupera pezzi dai fornitori o parti tagliate al laser dal terzista di turno. La sua forza però è nel conoscere la tecnologia che governa queste macchine e il movimento open source che le sostiene. Da una parte c’è Arduino, la piattaforma per la prototipazione rapida che è il cuore di tutte le macchine 3D a basso costo, dall’altra RepRap, la stampante ideata dall’inglese Adrian Bowyer che nel 2008 ne ha condiviso i progetti online.

Quello di Kiwi Lc è un piccolo successo: la stampa 3D era ai primi vagiti e la notizia si diffonde a macchia d’olio. A dare la spinta definitiva però ci penserà un business angel che nel marzo del 2013 aiuta a trasformare il progetto in una vera e propria azienda. La squadra cresce ed ecco arrivare nuove leve che si occupano del montaggio, della produzione e del software mentre Andrea, il fondatore, continua a esplorare le possibilità dei suoi macchinari dedicandosi alla ricerca e sviluppo. Dopo appena sei mesi, nell’ottobre 2013, la ShareBot diventa una Srl con 22 dipendenti, di cui 4 addetti solo alla ricerca e sviluppo. Attualmente vendono “100-120 macchine al mese”, come racconta Matteo Abbiati, addetto al marketing classe 1984. “La nostra clientela è variegata. Ci sono maker, ovviamente, ma anche aziende, designer e architetti”. L’ottanta per cento del mercato è italiano mentre il restante 20 per cento è costituito soprattutto da Francia, Russia, Inghilterra e Sud America. Per competere hanno trovato una chiave nuova: l’insegnamento. ShareBot infatti sta puntando soprattutto sulle scuole e le università per diffondere il verbo e creare nuovi appassionati. In Venezuela hanno fatto così e non è facile sfidare i vicini statunitensi, i veri pionieri di questa tecnologia.

“Ad oggi quello che manca è la cultura del 3D”, sottolinea Abbiati. “La stampa tridimensionale è un materia complessa: bisogna conoscere la macchina e le sue mille possibilità ma anche il software. Se non ci si vuole limitare a stampare progetti già fatti bisogna imparare a modellare al computer e non è facile”. Per questo motivo accanto alla vendita hanno l’Academy, tre percorsi formativi per altrettante tipologie di utenti. Il Training è dedicato ai privati che acquistano le loro macchine. Qui insegnano le tecniche di base e poi passano a quelle più avanzate, come cambiare i settaggi delle macchine, conoscere i diversi materiali e le loro proprietà. Un secondo percorso è per i Fab Lab, le botteghe che riuniscono i nuovi artigiani digitali. Portare in questi luoghi le proprie macchine e insegnare ad usarle può costituire un bel vantaggio sui concorrenti. Il terzo invece è l’Educational, che si propone di avvicinare scuole e università formando i professori a livello sia culturale che tecnico. Finora sono entrati un po’ ovunque, dal Politecnico di Milano all’Università di Padova passando per diversi istituti tecnici e ora stanno provando con una scuola elementare. “Abbiamo lasciato una stampante in comodato d’uso agli alunni di quinta elementare della Stoppani di Milano”, racconta Abbiati, un progetto pilota che sta dando buoni frutti. “I bambini sono attenti, sono attratti da questa tecnologia come lo eravamo noi dai PC e proprio come noi imparano molto in fretta”. C’è chi ha disegnato e stampato una casetta e chi ha creato una vela per la sua barca giocattolo e a dieci anni non è poco. Proprio in quest’ottica è nato il loro ultimo prodotto low cost, Kiwi 3D, una macchina da montare che costa 999 euro più iva, di cui 799 per la stampante in sé e 200 per il corso di montaggio. Una volta diffuso il verbo, insomma, la clientela vien da sé.