Le tre regole della vita monastica, secondo i precetti di San Benedetto? Software, hardware e «la storia di come software e hardware hanno interagito». Il software è la Regola, l’hardware l’organizzazione fisica nelle celle del monasteri, la “storia” una sintesi dei due come guida del movimento monastico nelle tortuosità dell’Europa medievale. Alberto Cottica, esperto di economia digitale e capo della ricerca della comunità online Edgeryders spiega così i natali di unMonastery: il progetto che ha fatto dell’esistenza in monastero un «modello di innovazione sociale» nel cuore di Matera, prima città del sud Italia ad aggiudicarsi il titolo di Capitale europea della cultura (2019).

Da febbraio a luglio dell’anno scorso, 14 “unMonasterian” da tutta Europa – e oltre – sono stati ospitati negli spazi del complesso del Casale per sviluppare progetti di crescita sociale e culturale nella città lucana. I patti erano chiari fin dal bando, fatto circolare sul web dalla comunità di Edgeryders: pochi comfort, diaria essenziale, requisiti solidi su spinta innovativa e competenze che potessero incidere nei mesi di permanenza. «Insomma, il messaggio era: attenzione perché è una cosa scomoda – taglia corto Cottica -, prima di candidarsi bisognava tenere in conto di dove saremmo stati alloggiati, cosa avremmo dovuto fare… E invece, abbiamo ricevuto più domande di quanti fossero i posti». Risultati emersi in corso d’opera? Sistemi per l’energia open source, esposizioni artistiche, riscoperta delle bellezze materane con un occhio meno orientato alla brochure e più alla vitalità del territorio. Alcuni si sono fatti adottare dalla Basilicata, in pianta stabile, per fondare spazi di co-working e attirare talenti in una città da 55mila abitanti che si è divisa fino all’ultimo sull’opportunità di esporsi all’appuntamento con l’Europa.

La scintilla è scattata quando Paolo Verri, direttore di Matera 2019, ha chiesto un progetto «dirompente» per la vitalità della città dei Sassi. Da un incontro con la comunità è emerso un manifesto di 10 sfide, dall’aggiornamento tecnologico alla valorizzazione delle bellezze meno conosciute di un insediamento che disperde le sue origini nella preistoria. «In realtà l’idea di unMonastery circolava da tempo nella comunità di Edgeryders. Ci hanno dato un jolly da giocare e ci siamo detti: perché non facciamo il primo esperimento della storia? Il presupposto era: arriviamo da Berlino o da Atene, indifferentemente, e cerchiamo di mettere in atto un cambiamento sociale condiviso». Un arricchimento doppio, a seconda dello sguardo: «Matera lo ha vissuto come un progetto in funzione del 2019, i partecipanti ad unMonasterian hanno provato a capire cosa si può imparare dalle comunità monastiche». La creatività dei “nuovi monaci” si è espressa in iniziative di natura diversa, come lo sviluppo di sistemi di energia solare o itinerari nelle vie della città per far conoscere Matera sotto a uno sguardo inedito, lontano dalla retorica del turismo e della Matera immortalata dai documentari.

A più di un anno dagli ultimi scampoli di progetto, unMonastery continua a lasciare segni di sé. C’è chi ha deciso di fermarsi a Matera, come l’ingegnere del software francese Marc Schneider: sua OpenLab, un’associazione che diffonde la cultura opersource tra hacker e appassionati materani. Un caso di «emigrazione permanente» che ribalta, in positivo, l’emorragia di talenti accusata dal Sud Italia. È lo stesso Cottica a ipotizzare che il modello sia replicabile, soprattutto nelle comunità più affamate di crescita culturale. L’isolamento, nell’era del web, è solo un alibi: «Secondo me, unMonastery ha dimostrato che se un territorio vuole crescere, può attirare molto talento. È ovvio, un “monastero” in più non fa la differenza a New York. Ma l’ha fatta a Matera, e può farla ancora».