Per orientarsi, basta lo slogan: «The free wiki world map», la wiki-mappa libera. OpenStreetMap è la frontiera in maggior espansione nel collaborative mapping, l’aggregazione di mappe, indicazioni e coordinate geografiche generate sul web e perfezionate in un sistema che può essere ampliato da qualsiasi utente. Il paragone con Google è inevitabile, ma guai a confondere le “maps” ben tutelate dal copyright di Big G con il sistema collaborativo che fonda OpenStreetMap. Open perché l’intervento è aperto a chiunque, senza restrizioni legali, diritti d’autore o vincoli sulla riproduzione. Street map perché si tratta, a tutti gli effetti, di mappature di strade elaborate e ridefinite dai gruppi che animano la piattaforma.

Creato da Steve Cost nel 2004 e trasformato due anni più tardi in Fondazione senza fini di lucro, OpenStreetMap replica nella cartografia il modello di intelligenza collettiva inaugurato dalla enciclopedie open source. Il modello dichiarato è proprio Wikipedia, regina (contestata) delle comunità aperte per la diffusione di conoscenza. I requisiti sono simili: accesso libero, contenuti pubblici, proprietà dei contributi divisa a metà tra la Fondazione Osm e gli utenti interessati. La citazione della fonte è l’unico vincolo su dati che possono essere copiati, diffusi e utilizzati a qualsiasi fine. Anche commerciale: «Il progetto vuole fare uso dell’intelligenza collettiva, al pari di progetti più noti come Wikipedia – spiega a Nòva Maurizio Napolitano, techologo della Fondazione Bruno Kessler -. La tecnologia per la gestione dei dati geografici è divenuta sempre più facile. Un tempo la creazione delle mappe (cartacee e digitali) richiedeva tantissimo lavoro, nel tempo il tutto si è affinato. Ora stiamo assistendo a quella che è definita la neo-cartografia/neo-geografia dove, anche i meno esperti, possono cominciare a creare mappe». Tanti i gruppi operativi all’interno della Fondazione. Tra le realtà più note ci sono Hot (Humanitarian OpenStreetMap Team), impegnato in aiuti umanitari dalle Filippine alla Sardegna; il Dwg  (Data Working Group), interessato a questioni come import di dati con restrizioni legali, defacement, contestazioni; Lwg, il Licesing Working Group che segue gli aspetti legali…

Ma come fa a contribuire? La procedura è semplice: gli utenti raccolgono elementi e li depositano in database con i “tool” di OpenStreetMap. Il sistema processa le informazione ricevute e genera mappe per il web con tecnologie di visualizzazione simili a quelle adottate da Big G. «La raccolta dei dati avviene tramite gli strumenti più disparati – prosegue Napolitano -. Come Gps, fotografie, registrazioni audio, note sul telefono (tutte associate a tracce Gps o con l’ora esatta del campionamento in modo da poter essere associata a una traccia specifica), note su carta (molte cose sono già presenti e quindi basta correggere o migliorare), tracciamento da foto aeree, importazione di dati aperti…».

Il cumulo di dati, però, è solo il primissimo stadio: a nozioni “secche” e svincolate dal contesto si accoppiano dei tag che definiscono, o rendono meno generiche, le indicazioni pubblicate sul sistema. «Una volta raccolti i dati, bisogna attribuire una semantica, ossia un significato – evidenzia Napolitano -. Qui la comunità di OpenStreetMap usa i tag dati da coppie chiave/valore. Esiste una chiave predonimante che indica una categoria (ad esempio “highway” per le strade) a cui poi si associa il valore che ne entra nello specifico (ad esempio “pedestrian” per le strade pedonali)». Tanto che a ogni oggetto si possono correlare chiavi più dettagliate:  «Ad esempio: name=piazza Duomo per dare il nome, oneway=yes per indicare che è senso unico, surface=asphalt per indicare la surperfice del pavimento…».

Non c’è dubbio che Google Maps abbia rappresentato uno «spartiacque» decisivo nell’elaborazione della neocartografia e del mashup, l’integrazione fra applicazione e dati. Ma OpenStreetMap non può essere considerata semplicemente una copia del suo predecessore, né per scheda tecnica né per vocazione. Dalla sua, Google Maps ha le dimensioni di mercato e i requisiti di un programma nato e sviluppato per il business: «Google è superiore per i progetti come StreetView, le foto aeree, la logica integrata (del resto è una piattaforma per sviluppatori) e il geocoder: il migliore al mondo e per copertura e per risposta, anche se soggetto a  restrizioni nell’uso» . Lo scarto a favore di OpenStreetMaps si traccia su un principio: neutralità. Se l’estrazione di dati da GoogleMaps è resa impossibile da termini che vietano nella maniera più categorica di «copiare, decompilare, disassemblare, tradurre o modificare in toto o in parte le immagini» e «creare materiale da esse», OpenStreetMap fa dell’open source la sua ragione d’essere: «I dati presenti su OpenStreetMap possono essere estratti e questo Google Maps non lo può fare; i termini di riuso di openstreetmap sono molto più smart : di fatto Google Maps non usa quei dati perchè sarebbe costretta a renderli pubblici. Insomma, conclude Napolitano, «OpenStreetMap garantisce neutralità e può far nascere aziende indipendenti dal servizio di Google (che può cambiare i prezzi del servizio e i contenuti erogati) – osserva Napolitano -. Google è dedito al business, non ha interesse a mappare la bidonville di Kibera o Gaza. OpenStreetMap è un progetto pensato per creare il bene comune, non puoi controllarla, non puoi nemmeno decidere come sono investite le energie. Ma se collabori ottieni grandi risultati».