L‘inquietante premessa non va letta come una novità ma come una conferma: entro una trentina d’anni, secondo stime della Banca Mondiale, la popolazione sulla Terra raggiungerà i dieci miliardi di abitanti, decisamente troppi per la capacità di un pianeta, che già oggi, consuma la sua capacità produttiva totale alla metà dell’anno solare, con relativo debito ambientale mostruoso accollato sulle spalle delle prossime generazioni.

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Per provare a rispondere a questa, che sarà la grande sfida del futuro (come nutrire la persone in un pianeta sempre più esausto?), un thinktank italiano ha lanciato un interessante progetto di serra galleggiante che potrebbe contribuire a risolvere, almeno in parte, il problema. Il concept di “Jellyfish Barge” – la serra medusa – proviene da uno studio di architetti veneti, Studiomobile, ma oggi è un progetto già maturo grazie all’interessamento di Stefano Mancuso, docente di arboricoltura e direttore del LINV – Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale –, spinoff dell’Università di Firenze nato per capire e sviluppare appieno le potenzialità neurobiologiche delle piante, fino ad oggi erroneamente reputate non intelligenti rispetto agli animali. In pratica, lo studio degli organismi vegetali sotto questo diverso punto di vista produce importanti insights alla base di altrettanti progetti innovativi, che possono rivoluzionare in positivo il modo con cui l’uomo si relaziona al pianeta, passando dalla vecchia modalità di sfruttamento a un’altra di coltivazione intelligente mutuando tecniche più naturali e friendly per l’ecosistema. Jellyfish è un progetto che risponde proprio a questi requisiti, trattandosi della prima serra modulare galleggiante green in grado di esaudire completamente il fabbisogno alimentare di un paio di nuclei familiari ciascuna. La grande novità del sistema è che non utilizza acqua dolce: la struttura ottagonale, al cui interno crescono le coltivazioni, racchiude una tecnologia per sfruttare al meglio l’acqua del mare, che viene desalinizzata, filtrata, purificata e distillata in modo da creare la base del nutrimento per le piante, coltivate secondo le nuove tecniche idroponiche ‘fuori-suolo’, più efficienti e sane essendo quasi del tutto immuni dai parassiti e dagli inquinanti che affliggono la terra. I dissalatori che sono collocati lungo il perimetro della piattaforma riescono a produrre fino a 150 litri di oro blu dolce e pulito anche in presenza di acqua salata, salmastra o inquinata. Cardine di questo processo è la ‘distillazione solare’, in origine un fenomeno naturale, con l’energia del sole che fa evaporare l’acqua salata che poi ritorna come acqua piovana. Jellyfish replica su micro-scala il fenomeno: risucchia l’aria umida e riesce a farla condensare grazie a dei fusti a contatto con la superficie fredda del mare. Altra cosa interessante è che l’energia necessaria per mandare avanti la serra galleggiante – gestita poi a distanza grazie a un sofisticato sistema di controllo remoto automatizzato – è pulita, proveniendo da una mini-centrale energetica in dotazione a ogni unità e basata su pannelli solari combinati a mini-turbine eoliche oltre che a un innovativo accumulatore che sfrutta il moto ondoso per produrre elettricità. Il prezzo di ogni unità, che dovrebbe aggirarsi sui ventimila euro, è reso accessibile dal basso costo produttivo, visto che la struttura di Jellyfish, assemblata con tecnologie semplici, si compone di una base di 70 mq in legno sovrastata da una copertura in vetro reticolare, mentre il resto dei componenti proviene da materiale riciclato. Come dicevamo, Jellyfish non è un’idea ma un progetto in fase molto avanzata: il primo prototipo è appena stato realizzato e collocato nel Canale dei Navicelli a Pisa, dove verrà monitorato nei prossimi mesi, fino a Expo 2015 dove sarà uno dei progetti di punta in mostra della Regione Toscana. Jellyfish Barge è un’interessante esempio di come la coltivazione del mare sia la nuova, praticabile, frontiera alimentare del mondo: considerando che molte megalopoli sono costruite in prossimità del mare, queste mini-fabbriche (la modularità del sistema garanstice che molte unità possono essere collegate insieme per dare vità a task force produttive) pulite di vegetali potrebbero veramente rappresentare una soluzione a costi super-sostenibili per quello che potrebbe diventare un nodo gordiano per chiunque. Il segreto, lo si è capito, è produrre alimenti di qualità senza costi ambientali: ovvero nati e cresciuti direttamente nel cuore delle città, a km zero. Jelly potrebbe essere la prima medusa per l’agricoltura urbana della nuova frontiera.