“Io, Robotto” non è una mostra sulla robotica scientifica; non ci troverete l’avanguardia dell’intelligenza artificiale, o una selezione di robot appliances. Piuttosto le struggenti espressioni di Wall-e, le tre leggi di Isaac Asimov scritte su una parete del Settecento e la loro rilettura irriverente per mano di Mark Tilden, designer filosofo per cui qualsiasi essere meccanico deve principalmente trasmettere emozioni.

Perché a guardarla bene – e lo merita – “Io, Robotto” non è nemmeno una mostra sui robot; ospitata fino al 27 agosto a palazzo Alberti Poja, una delle sedi più belle della Fondazione Museo Civico di Rovereto (ingresso a 5 euro) è, prima di ogni altra cosa, una mostra sull’Uomo. Sull’Uomo e la sua capacità di immaginare.

Lo rivela già il titolo, con quel soggetto in maiuscolo messo prima di “Robotto”, la traduzione giapponese di “automa” ma in un’accezione “kawaii”, vale a dire carina, amabile. Quasi a suggerire, per dirla con Tilden, il lato emozionante degli oltre 90 oggetti esposti. Sono tutti esempi di robotica intrattenitiva, quella che racconta i suoi autori e l’epoca che l’ha partorita più che lo stato dell’arte della meccatronica.

Per questo, una volta lasciate all’ingresso le riproduzioni di R2-D2, l’astro droide di “Star Wars”, e il Buzz Lightyear di “Toy Story” – quasi un manifesto, ispirato a quell’Aldrin che per secondo mise piede sulla Luna -, si arriva al cospetto di Karakuri Tea Serving Robot, una bambola risalente al periodo giapponese edo, capace, grazie a un raffinato meccanismo a molla, di portare il tè da una stanza all’altra.

È l’esempio dell’eterna pulsione umana a riprodursi, il tentativo di credersi un dio capace di infondere la vita in qualcosa di costruito con le proprie mani.

«More human than human» suggeriva uno degli slogan più famosi di “Blade Runner”, e sembra questo il mantra ribadito nell’allestimento dal curatore, Massimo Triulzi, firma tecnologica del “Corriere della sera” da oltre 20 anni.

“Io, Robotto” ha una progressione cronistorica. Ripercorre le tappe della robotica anche solo immaginata dal 1600 fino a oggi. Anzi domani, vista quella chiusa su Aido, l’automa che la Disney userà come intrattenitore nei suoi parchi a tema. E non è un caso che a firmare le foto sparse fra le sale, come nel catalogo, sia Valentino Candiani, artista specializzato nel ritratto in bianco e nero e senza filtri. «Noto per i suoi volti – spiega Triulzi – Candiani è stato interpellato proprio per esaltare i tratti umani di questi oggetti inanimati».

Eccola, ancora, l’umanità o, per rimanere in tema, il ghost in the shell. Ce n’è per tutti i gusti fra le pareti del museo trentino, dal “Robot a molla” tipico degli anni 30 e dai “ginoidi” di Hajime Sorayama – un’altra dichiarazione esplicita, tutte curve e sensualità femminea – fino ad Asimo, l’istrione elettronico del futuro, frutto dello studio ingegneristico decennale della Honda.

A ogni esemplare la mostra affianca un video per ammirarne il funzionamento, poi continua nel suo percorso lungo 5 secoli fra storia del giocattolo, qualche azzardo spassoso – come i Robosapien di Tilden capaci di ruttare e non solo – e, in fondo, l’anticipazione di quello che verrà.

Non ci vuole infatti molto per capire che “Io, Robotto” nasconde un’altra intuizione: lasciata alle spalle più di una perla di design – come Nuvo, il ciclope metallico disegnato da Pininfarina, o gli Omnibot, la rappresentazione anni 70 dell’automa che, in mancanza di tecnologie avanzate, doveva «somigliare ai robot della fantascienza» – ebbene ci vuol poco a notare come il passaggio fra gioco e scienza, fra fantasia e tecnologia applicata sia lento ma inesorabile. Dopo i Furby di Caleb Chung, esempio virtuoso di come una tecnologia costosissima potesse essere prodotta per il largo consumo sotto forma di giocattolo, si arriva allo “Spykee” della Meccano, meraviglia su cingoli con fibre ottiche e connessione internet, il primo esempio di robot specializzato in sicurezza domestica e videosorveglianza. Oppure a Jimu, dimostrazione innovativa prodotta dalla cinese Ubtech di come le competenze ingegneristiche possano essere divulgate tramite kit modulari, robot fai da te personalizzabili e interamente programmabili.

La sala dedicata a Go Nagai ci mette il carico. Con i suoi super robot come Jeeg e Goldrake non serve solo a intenerire qualche cuore malinconico, ma ribadisce il concetto: che cosa sono i robot se non l’esempio, antropomorfo perlopiù, di pulsioni, paure e sogni anche in antitesi? Mazinga, “Ma-Jin-GO!” in giapponese, significa dio e demonio insieme, e non è un caso simboleggi una stirpe di guerrieri atomici arrivati dopo Hiroshima e Nagasaki.

Perché per quanto “Io, Robotto” sembri esporre vezzi e manufatti poco utili, in realtà non fa che celebrare la capacità di andare sempre oltre i propri confini. Più umano dell’umano.