“Devo mandare tante mail, rileggere ricerche e fare teleconferenze. In vacanza manderei il mio post-doc. Ma mia moglie non vuole!”. Si può riassumere così il senso della vignetta “Professor Vacation” apparsa su www.phdcomics.com, che descrive alla perfezione come ormai le ferie estive per molti non siano altro che il momento per le “beghe” professionali che non si sono risolte nel periodo canonico. Ma soprattutto, sia pure se in tono umoristico, la vicenda dell’accademico che manderebbe volentieri l’associato in vacanza con la moglie pur di mantenersi in contatto con il suo mondo è una trasposizione del nostro modo di essere, sempre più “multitasking” per la moltiplicazione degli strumenti di connessioni, che rubano spazio alla riflessione a ai rapporti umani.

Se per i giovani questo significa soprattutto inondare i social network di selfie e messaggi, per chi lavora la connessione pressochè costante può diventare una minaccia reale quando è il tempo di ritemprarsi. La vacanza, infatti, dovrebbe essere il periodo giusto per  sfruttare l’etimologia stessa della parola: “vacare”, per i latini, significava togliersi completamente dalle preoccupazioni e dalle tensioni del lavoro, magari anche privilegiano il classico ozio. Purtroppo però è davvero difficile arrivare a questo obiettivo: basti pensare che uno studio condotto da Mc Kinsey nel 2012 dimostra come per i lavoratori “a rischio” (ad esempio docenti universitari e medici) circa il 28 per cento dell’attività lavorativa è dedicato alla gestione della posta elettronica.

“Tutto questo tempo è ovviamente sottratto ad altre attività di contatto interpersonali e così si sposta la nostra attenzione cerebrale da quanto viviamo a quanto troviamo scritto – spiega Fabio Benfenati, docente di Neurofisiologia all’Università di Genova e direttore del Dipartimento Neurosciences and Brain Technologies dell’Istituto Italiano di Tecnologia (Iit). Sul fronte prettamente evoluzionistico, c’è un altro aspetto che deve far riflettere su questa “trasformazione” ed è la velocità in cui si è realizzata, oltre all’accelerazione impressionante che si sta ancora realizzando nelle reti interpersonali gestite attraverso i network che ognuno ha creato. Praticamente il modo di rapportarsi con il mondo esterno si è rivoluzionato negli ultimi vent’anni (un tempo estremamente breve se si considerano i tempi di mutamento delle abitudini dell’umanità) e ciò ha comportato lo sviluppo di una graduale “dipendenza” dai mezzi di comunicazione che coinvolge ovviamente anche il nostro cervello. Purtroppo stiamo vivendo un’epoca di potenziale isolamento per quanto riguarda il contatto personale, proprio per il fatto di essere sempre completamente connessi con la realtà esterna attraverso i vari strumenti di cui disponiamo”.

Per fortuna in questo ci assiste il nostro sistema nervoso, che è multitasking per eccellenza come dimostra il fatto che ad esempio riusciamo a pensare camminando, ovvero svolgiamo senza difficoltà e contemporaneamente due azioni complesse. Tuttavia la capacità di adattamento del cervello è positiva se non si supera un certo limite, ovvero se non si entra nell’ambito della psicopatologia, con quadri come l’ansia da non connessione. “Proprio questo può essere il problema che si crea in vacanza, quando si può avere una vera e propria “interruzione” da stop alle interconnessioni che costruiamo ogni giorno con pc, tablet e smartphone – fa notare Benfenati.  Si crea quindi una sorta di “transfer” che ci sta rendendo schiavi di strumenti che invece dovrebbero essere al nostro servizio. La vacanza, in questo senso, dovrebbe essere il luogo in cui finalmente riusciamo a lasciare “senza rete” – ovviamente nella doppia accezione – il nostro sistema nervoso. Solo staccando completamente possiamo riassaporare la libertà e quindi riacquistare equilibrio. So bene che questo è praticamente impossibile, visto che le connessioni ci raggiungono in ogni dove: per questo il consiglio è di limitare al minimo i collegamenti, magari mettendosi in rete e sistemando la posta elettronica solo la sera”.