Il coding non è solo alfabetizzazione digitale o mero avvicinamento alla programmazione informatica. Rappresenta un ben più prezioso avviamento al pensiero computazionale, all’acquisizione delle abilità necessarie per affrontare qualsiasi attività e risolvere ogni problema che ci si trovi ad affrontare nello studio, così come nel lavoro e nella vita.

Il coding stesso doveva essere una delle innovazioni introdotte nell’ambito della riforma della scuola del Governo Renzi, così come delineata nel testo della “Buona scuola”. Ma poi le difficoltà legate all’inserimento come materia curriculare e all’individuazione dei docenti hanno fatto passare il progetto in secondo piano. E non tutti gli esperti sono così scontenti che il progetto non sia andato in porto per il rischio che l’istituzionalizzazione del coding portasse effetti controproducenti.

Ma intanto l’introduzione della programmazione nelle aule scolastiche non si è fermata. Il ministero dell’Istruzione, insieme al Consorzio interuniversitario nazionale per l’informatica (Cini), ha avviato l’iniziativa “Programma il futuro” che si è incrociata con il progetto internazionale dell’Ora del codice, che ha coinvolto in tutto 290mila studenti italiani, quasi 15mila classi e 1900 scuole su tutto il territorio italiano. Mentre questa settimana Samsung ha lanciato il progetto Smart coding che da qui a maggio coinvolgerà mille classi in 750 scuole, seguite da 25 formatori specializzati. Intanto Intel si prepara ad annunciare un’iniziativa specifica per la scuola sulla piattaforma di Arduino.

Numeri importanti che sottolineano la rilevanza di questa attività che, al di là delle abilità tecniche, è propedeutica al pensiero computazionale, alla capacità di affrontare e risolvere i problemi in maniera efficiente e collaborativa, affiancandosi e rafforzando l’apprendimento formale. I dati raccolti dal Miur sull’esperienza di “Programma il futuro” sono decisamente confortanti: la quasi totalità degli studenti e dei docenti che hanno partecipato ritiene sia stata un’attività utile e interessante, con un grande impegno soprattutto da parte degli insegnanti. A sorpresa le regioni che hanno segnalato una partecipazione più alta, in termini percentuali sulla popolazione, sono Umbria, Basilicata e Molise.

“E’ stato un successo del tutto insperato – commenta Enrico Nardelli, professore di matematica dell’Università Tor  Vergata di Roma e consulente del programma per il Cini -, tanto più con risorse molto ridotte: è segno che abbiamo soddisfatto una domanda inespressa”.

Le indicazioni raccolte dal Miur vanno oltre, segnalando come l’efficacia del coding stia nello sviluppo della collaborazione e nel confronto, perché la programmazione implica un lavoro vero di squadra. Un insegnante segnala che “l’apprendimento collaborativo diventa fisiologico e necessario: spesso gli alunni iniziavano con il proprio device nel proprio banco ma dopo pochi minuti si erano spontaneamente creati gruppi di confronto e discussione sui problemi comuni”. Tanto più che la motivazione viene rinforzata dall’apprendimento informale sviluppato giocando: “Sicuramente la forte motivazione data soprattutto dal carattere ludico dell’attività, che può far nascere un interesse magari inaspettato”, commenta un altro insegnante.

Ma quello che è il vero valore del coding è la stimolazione dei processi cognitivi, insegnando a risolvere i problemi in modo creativo ed efficiente: “Quello che ho apprezzato di più – commenta uno studente nel questionario finale – è la necessità di mettere in gioco, durante le attività, le capacità cognitive della previsione e della comunicazione attiva ed efficace tenendo conto della varietà dei codici, degli strumenti utilizzabili e delle caratteristiche dei riceventi i. Questo è molto importante per prendere risoluzioni. Inoltre l’interesse degli alunni coinvolti è stato molto alto”.

D’altra parte il fine del coding non è creare una schiera di programmmatori, anche se si tratta di una figura sempre più cruciale nel mondo del lavoro di oggi e, ancora di più, di domani. “Programmare significa fornire istruzioni a una macchina per il raggiungimento di un obiettivo”, spiega Angelo Sala, fondatore di Coderdojo Milano e uno dei più entusiasti fautori del coding che sottolinea il valore fortemente educativo di questa attività: “Si tratta di imparare a risolvere i problemi, scomponendoli in problemi più piccoli e adottando una strategia che può anche verificarsi errata costringendo a ritornare sui propri passi sulla base di un processo ieratico”. D’altra parte, a differenza di quello che succede spesso a scuola, nella programmazione si deve sbagliare perché l’errore è una fonte primaria di insegnamento.

Certo non mancano le difficoltà strutturali: “Bisogna migliorare la dotazione tecnologica della scuole e risolvere il nodo della fomazione dei docenti – spiega Nardelli -, ma l’importante è aver rotto il ghiaccio e aver dimostrato il valore dell’iniziativa”.

Il pensiero computazionale si è dimostrato infatti uno strumento davvero complementare alla formazione didattica. Perché, come spiega Sala, “oggi le conoscenze servono fino a un certo punto, ma la scuola deve mettere in primo luogo i ragazzi nella condizione di imparare a imparare”.