Il Global Innovation Barometer di Intel ha messo a nudo la reputazione che della tecnologica hanno i Millennial, gli adulti tra i 18 e i 24 anni. I dati del Barometro segnalano che ai “nativi digitali” la tecnologia causa malessere.  Certo, i Millennial sono i “digerati” – quelli che già da bebè maneggiavano computer, videogiochi e cellulari. Certo, sono la nuova élite delle tecnologie creative, talenti imprenditoriali in erba, imprenditori seriali e nomadi della conoscenza. Eppure, il 61% di loro, tra i 12mila adulti dai 18 anni in su intervistati in otto Paesi, Italia compresa, ha affermato che la tecnologia “ci rende meno umani” e che “facciamo troppo affidamento su di essa”. E il 63% ritiene che da qui a dieci anni sarà un dispositivo tecnologico, un’applicazione digitale “a fare il nostro lavoro”.

Diversamente dalla vulgata corrente, i Millennial che alzano l’asticella del valore dell’innovazione tecnologica sono percentualmente più numerosi degli adulti con 25 e più anni (53%). Si deve saltare più in alto per estrarre dalla tecnologia valori personali, sociali ed economici. Un salto che si può compiere se dotati di sufficiente creatività imprenditoriale. Dimostrano così, i Millennial, di essere inconsapevoli seguaci di Akio Morita, il fondatore della Sony, il quale sosteneva che la scienza non è uguale alla tecnologia e che, a sua volta, quest’ultima non è la stessa cosa dell’innovazione. Al pari di Morita, i Millennial sono immersi nell’interfaccia tra creatività, cultura, economia e tecnologia.

Secondo i Millennial, la tecnologia alza la posta in gioco nell’istruzione, nel trasporto e nella salute. Le tecnologie digitali stanno penetrando in queste industrie tanto da sconvolgerne gli assetti imprenditoriali e organizzativi. La Minerva Schools, di cui abbiamo già parlato in queste pagine, di cui abbiamo già trattato in queste pagine, è tra i pionieri della nuova corrente di clerici vagantes del XXI secolo: una comunità di studenti provenienti da tanti Paesi, che si muove fisicamente da una città all’altra del mondo mentre naviga nell’oceano di internet. Il car sharing e lo smartwork sono la punta dell’iceberg di una mutazione in atto nella mobilità urbana. Prevenzione e cura della salute si spostano dall’ospedale alla propria abitazione.

I Millennial hanno grande considerazione per l’impatto che la tecnologia ha sui loro stili di vita e auspicano innovazioni che ne siano all’altezza. Ecco perché si attendono che “la tecnologia apprenda i nostri comportamenti e presti attenzione alle nostre preferenze personali”. Soprattutto sul fronte delle relazioni, dove il 69% di loro vede nella tecnologia l’agente che possa arricchirle. Per ritrovare quest’afflato vitale bisogna risalire all’Italia dell’Illuminismo, quando Napoli era un crocevia di correnti culturali europee e meta obbligata del Grand Tour per i talenti del tempo. Da lì l’abate Ferdinando Galiani predicava che il valore si trova nelle relazioni tra le persone. Egli aveva in mente non solo il valore economico; non meno e anche più importanza assegnava ai valori etici, morali e sociali promossi attraverso i rapporti interpersonali.

Oggi, allorché con la globalizzazione è partito il Grand Tour del Mondo, a imbastire relazioni senza confini di sorta sono i Millennial, giramondo e nomadi della conoscenza, o “Nuovi Argonauti”, come li ha battezzati Anna Lee Saxenian. Gli intrecci di conoscenze e la loro organizzazione in reti imprenditoriali e sociali che trascendono barriere geografiche, culturali, religiose ed etniche, aiutano i Millennial a imparare e sfruttare le differenze, creando vantaggi per tutti. Le diversità, dopotutto, sono la chiave che apre al capitalismo le porte del successo.

I Millennial, al pari dei loro coetanei al tempo della rivoluzione tecnologica del XIX secolo, incontrano ansietà e ne cercano soluzioni innovative. La reputazione della tecnologia si confronta e misura con le loro motivazioni. Più del denaro, i Millennial danno peso alla missione della loro vita; amano spazi e luoghi di lavoro condivisi con altri, mantenendo però la loro indipendenza; rifiutano orari di lavoro standardizzati. Il fatto che in Italia i nati digitali siano solo 4 milioni circa, il 6,7% della popolazione, al 78° posto nella graduatoria di 180 paesi stilata dal Georgia Institute of Technology e dall’Itu, l’agenzia Onu per le telecomunicazioni, non dovrebbe permettere agli adulti anziani, dai quali dipendono tante decisioni sul futuro delle nuove generazioni, di considerare i Millennial uno strano e passeggero fenomeno climatico. Proprio quello che i Maya pensarono fosse in corso quando videro all’orizzonte le navi spagnole. Fu per loro l’inizio della fine.