Ren Zhengfei, il fondatore della Huawei, si fa vedere poco. Ma qualche giorno fa, ha sentito il bisogno di parlare in pubblico per difendere la sua azienda dalle accuse di spionaggio che stanno convincendo molti stati a limitare gli acquisti delle sue tecnologie. Ha fatto un discorso diplomatico, anche argomentando contro il neoprotezionismo americano. La sua analisi sarebbe istruttiva, se fosse ascoltata: «Non siamo più nell’epoca industriale. A quel tempo, un paese si poteva costruire completamente in casa una macchina tessile, un treno, una nave. Oggi siamo nell’epoca dell’informazione e la nostra interdipendenza è molto elevata». Nel contesto economico attuale, il valore si concentra sull’immateriale – la ricerca, il design, l’organizzazione, e così via – e l’immateriale cresce con la conoscenza che a sua volta non si perde ma anzi si moltiplica nello scambio e nella condivisione, come osserva per esempio l’economista Yochai Benkler (“La ricchezza della rete”, Yale University Press 2006). Purché se ne riconosca l’importanza e se ne sappia applicare il valore. Occorre, insomma, coltivare conoscenze specialistiche e, insieme, comunicarle, comprenderle e concretizzarle attraverso un lavoro di squadra interdisciplinare. Il lavoro cambia di conseguenza: «Nell’era digitale, le aziende devono essere capaci di innalzare il grado di collaborazione tra gli utenti non solo per migliorare le modalità di lavoro, ma anche e soprattutto per generare nuove opportunità per la creazione di valore. A trasformarsi deve quindi essere sia lo spazio di lavoro – fisico e virtuale nello stesso tempo – sia la forza lavoro – sempre più distribuita e connessa – sia appunto il modo di lavorare – più agile e automatizzato», dice Idc nel suo studio Future of Work. «Entro il 2021, il 60% delle aziende Global 2000 adotterà quello che Idc definisce Future WorkSpace, ovvero un nuovo concetto di spazio di lavoro in grado di migliorare l’esperienza e la produttività dei dipendenti attraverso un ambiente fisico e virtuale più flessibile, intelligente e collaborativo». I media digitali saranno parte integrante dell’ambiente di lavoro e l’ambiente di lavoro sarà un medium di comunicazione, come indica l’approccio inaugurato dalle ricerche sull’ecologia dei media. E se “il mezzo è il messaggio”, à la McLuhan, l’ambiente futuro di lavoro deve dire, appunto, collaborazione e leggerezza organizzativa. Già oggi, peraltro, si vedono aziende che disegnano i loro uffici seguendo questi principi e dalla loro esperienza si può trarre qualche insegnamento. Annette Kaempf-Dern e Kristin Orlamuender suggeriscono metodi per misurare la performance delle forme con le quali si organizza lo spazio di lavoro (“Performance oriented office environments – a comprehensive concept to evaluate workspace change projects”, Ideas 2018). Si potrebbe scoprire che, come del resto avviene sui social network, anche negli uffici autogestiti, le persone tendono ad appoggiarsi sempre negli stessi luoghi e ad aggregarsi negli stessi gruppi. Come è naturale. Il che significa che per alimentare la serendipity e favorire l’incontro di conoscenze inabituali occorre “editare” lo spazio di lavoro, creando occasioni per gli incontri con persone inattese e lo scambio di idee impreviste ma potenzialmente utili. Non basta connettere per comunicare: occorrono motivi per scambiare idee, progetti comuni e una cultura di fondo che aiuti a riconoscere nel diverso un valore applicabile al di fuori del suo terreno abituale. Altrimenti si finisce col rimpiangere l’organizzazione del passato e, come dice Ren Zhengfei, si perdono opportunità.

Articolo pubblicato su Nòva il 20 gennaio 2018