Facebook al posto del citofono di casa. E così può capitare che con il vicino ci si ritrovi sul social network di papà Zuckerberg, condividendo post e foto, lanciando richieste di aiuto e proponendo iniziative (per poi vedersi anche dal vivo, ovviamente). Accade a Bologna e oggi in altre centinaia di città in Italia e nel mondo. L’innovazione sociale bussa alla porta delle metropoli nostrane con tanti altri progetti che hanno tutti un tratto distintivo comune: la rete, che si declina al plurale in reti di ogni tipo connesse tra loro.

 

Qui Bologna: i social-vicini di casa

Esattamente due anni fa – precisamente nell’ottobre 2013 – Federico Bastiani decideva di mettere online il primo gruppo su Facebook per aggregare vicini di casa. Nasceva così la social street di via Fondazza a Bologna, a due passi dalle Due Torri nelle vicinanze di Porta Maggiore, dentro le mura storiche di una città da sempre laboratorio di sperimentazione sociale. Federico accendeva la social street comunicando con volantini A4 stampati a colori e attaccati ai portici sotto casa sua. Il suo obiettivo – raggiunto con successo – era di conoscere i vicini di casa. Perché quei vicini hanno risposto all’appello.

Eccola la prima social street al mondo. Da quel gruppo su Facebook locale l’idea diventa presto fenomeno globale: oggi di social street se ne contano 413, distribuite in ogni angolo del pianeta. Portogallo, Francia, Brasile, Nuova Zelanda e Asturie comprese. Tutte mappate nella piattaforma Socialstreet.it.«Ma i numeri non sono importanti, perché le social street servono a riattivare i legami sociali e il bello sta nei piccoli numeri. Non a caso diciamo sempre di partire dalla strada come territorio ben delimitato e non dai quartieri, proprio perché si riparte dal saluto, dalla singola relazione, dal rapporto di vicinato. Sono processi che richiedono molto tempo e pazienza», racconta Bastiani.

Vicini e connessi per gemellare persone che condividono il pianerottolo di casa. E con la stampa internazionale – dal New York Times al Clarin Argentino fino a Liberation – venuta a studiare questo laboratorio di comunità. Aggregare, condividere, scambiare pareri, sorrisi, anche alimenti tra vicini di casa: nel gruppo su Facebook c’è lo studente universitario fuorisede, la pensionata che ha voglia di darsi da fare, il manager che nel fine-settimana vive in città. Target diversificato ma con un elemento in comune. «Il più importante è stato quella di lasciare fuori la componente economica e commerciale. Perché salutare è gratis. Nella social street il motore di tutto è il dono, fare qualcosa per il tuo vicino perché a te non costa niente. E già questo è rivoluzionario», afferma Luigi Nardacchione, co-fondatore del progetto social street e ‘fondazziano’, ovvero rappresentante della prima strada su Facebook al mondo.

C’è poi un tratto distintivo che definisce più di ogni altro la social street: è la struttura-non struttura, impostazione figlia di questi anni liquidi e che si lega in maniera ottimale ad esperienze incubate in rete. «Social street non ha un’organizzazione, non ha una rete intesa come struttura organizzata, bensì è una rete di amici. La parte più sorprendente è stata la rapidità della diffusione dell’idea. Le persone hanno visto quello che succedeva in via Fondazza a Bologna e hanno voluto replicare il modello. E poi c’è un rapporto corretto con le istituzioni, ognuno faccia il suo con rispetto reciproco. Le amministrazioni illuminate dovrebbero capire che lasciar crescere senza interferenze le social street è un vantaggio enorme per la collettività», precisa Bastiani.

La politica quindi studia il fenomeno, magari stando alla finestra. E le persone lo partecipano in modo plurale. Per i fondatori però non si tratta di modelli embrionali di sharing economy, almeno nell’accezione classica americana. «L’obiettivo primario è conoscere chi vive accanto per poi magari scoprire che il vicino di casa lavora nella tua stessa zona e magari si può percorrere il tragitto insieme in auto», conclude Bastiani. Una sharing economy di riflesso. Poco economy e molto sharing.

 

Qui Napoli: la mappa che ridisegna la città

Reti sociali nate per caso che si sviluppano sempre sul doppio binario online e offline. Restituendo molto alla comunità. È il caso di MappiNa, progetto di geolocalizzazione nato a Napoli sull’onda dell’emergenza rifiuti. «La città sui media e in rete appariva con due tipi di immagini in tensione tra loro: quella di più bella e quella di più sporca al mondo. Da questi estremi è nata l’idea di sollecitare i cittadini a raccontare una città diversa fondata sull’esperienza quotidiana. Ci siamo rivolti così direttamente a loro incoraggiando la costruzione collaborativa di mappe alternative, letture aperte, plurime, variabili, immaginarie, a più voci», racconta Ilaria Vitellio, 46enne napoletana e urban planner: di fatto Ilaria è stata urbanista per anni e oggi è impegnata in politiche di sviluppo. Ora è una delle anime del progetto insieme a Giuditta Divisato, Marco Montanari, Alessio Dragoni, Paolo Altieri, Francesco Piero Michele Paolicelli.

In due anni di attività MappiNa si è diffuso da Napoli ad altre città, soprattutto Milano, Roma, Venezia. Sono coinvolti oltre quattrocento mappers, ovvero co-produttori di contenuto che hanno contribuito con più di 1.800 elementi tra immagini, video, audio e testi.

Una nuova narrazione urbana, quella di MappiNa. Il tutto all’interno di una piattaforma di collaborative mapping, una di quelle piattaforme che descrivono una varietà di forme di rappresentazione e di descrizione dei territori e che assumono come centro propulsivo non solo il prodotto ma chi lo produce. «Siamo il risultato di tante competenze e conoscenze, di diversi modi di usare ed esperire lo spazio, di modelli di movimento e attraversamento, così come di diverse e implicite visioni del mondo e potenzialità di trasformarlo: una pratica di costruzione dello spazio urbano in continua e assidua evoluzione», precisa Vitellio

MappiNa ha puntato sulla capacità delle persone di raccontare la propria esperienza urbana e di farlo in un contesto fertile, di interazione e condivisione. «C’è una logica di self &social mapping, ovvero di esperienze condivise di mappatura urbana. I nostri mappers sono i veri esperti della città. La nostra forza è lo scambio di informazioni, la discussione, il confronto, l’interazione e l’ideazione intorno a esperienze visive, sonore, culturali».

Un modo per recuperare la città attraverso la costruzione di network culturali. E in questo la rete crede ed investe: ad aprile 2015 MappiNa ha lanciato una campagna di crowdfunding sulla piattaforma Withyouwedo di Telecom Italia, per un goal di 30mila euro da raggiungere in 90 giorni. Ne ha raccolti 44.670.

 

Qui Roma: volontari flessibili e connessi

Fare il volontario in modo flessibile. Una necessità per Mauro Cipparone, 42 anni romano e consulente aziendale in ambito internazionale. «Lavoro con aziende prevalentemente straniere che vogliono espandersi all’estero. Anni addietro facevo il volontario, poi per esigenze di lavoro non riuscivo a farlo in modo regolare. Così ho cercato di riprendere il mio impegno », ricorda Cipparone. Ecco allora l’idea, mutuata dall’esperienza di successo internazionale Pointsoflight.org, community presente oggi in 250 città nel mondo e partita da New York con un ambizioso obiettivo: promuovere il volontariato in modo agile per vite che si barcamenano tra mille priorità nel lavoro e in famiglia. Su questo modello nasce in Italia RomAltruista. «Troviamo il modo per rendere il volontariato semplice, senza trafila burocratica. Siamo partiti con duemila euro messi da cinque amici. I costi di un progetto in questo caso non sono alti, l’hosting costa 50 euro l’anno».

Oggi il progetto conta un team di sei volontari più una persona che lavora a tempo pieno. «Ci sosteniamo con progetti di volontariato aziendale: le imprese che vogliono fare attività solidali ci sostengono e fanno partecipare i dipendenti», racconta Cipparone. Una rete internazionale, con un forte sviluppo locale. E che da Roma si innesta anche in altri territori, ad oggi precisamente a Trieste, Milano, Bologna, Irpinia.

Di fatto le associazioni del territorio romano hanno bisogno di volontari e sono disposte ad accoglierli: comunicano così le loro attività direttamente online: chi vuole può iscriversi e dare la propria adesione. «È questo il volontariato flessibile che non richiede una formazione specifica e al quale si può partecipare di volta in volta senza un impegno di continuità. La rete è al centro del progetto, che non sarebbe assolutamente gestibile senza internet», precisa Cipparone. Il passaparola ha funzionato con social network e posizionamento sui motori di ricerca. Ad oggi la community romana registra 300 attività al mese a cui si iscrivono circa 900 persone su un database di 11mila utenti. «Il 70% sono donne e questo rispecchia ciò che accade nella maggior parte delle attività di volontariato, ma da noi l’età media è più bassa: il 40% ha meno di trent’anni».