Questa è la prima settimana in cui sono attive le nuove regole Agcom sulla tutela del copyright online, quindi ufficialmente è aperta la stagione di caccia grossa ai pirati, in Italia. Ma più che di una guerra, ha le caratteristiche di una guerriglia lo scontro che ci aspetta, data la natura del nemico. “I grandi pirati del copyright in Italia sono una ventina di persone che gestiscono migliaia di siti. Ne oscurano uno e loro sono già pronti, con sistemi automatici, a metterne online un altro uguale”, spiega Fulvio Sarzana, avvocato tra i più esperti del fenomeno e difensore di alcuni utenti accusati di violare il diritto d’autore online.

Esemplare la storia del maxi sequestro di 46 siti, a marzo: dopo pochi giorni erano di nuovo raggiungibili, in varie forme. In alcuni casi, ai gestori è bastato cambiare qualche lettera nel dominio o cambiare quello di primo livello (.it e diventato .org o viceversa). In altri, i provider hanno eseguito solo un blocco di tipo Dns, quindi molto leggero, che gli abituali utilizzatori di questi siti hanno già imparato ad aggirare (cambiando i server Dns configurati sul computer, mettendo quelli di Open Dns o di Google: basta farlo una volta per tutte). In un primo momento, la Guardia di Finanza aveva chiesto un blocco IP per tutti i siti, ma poi si è scoperto che in questo modo venivano bloccati anche siti che non c’entravano niente (solo perché posti sotto lo stesso indirizzo IP). Si è quindi dovuto optare per un blocco Dns.
Per di più, a complicare ancora di più le cose, questa settimana “abbiamo ottenuto dal tribunale del riesame l’annullamento del blocco su uno dei siti. Motivo: non è lecito oscurare anche contenuti legittimi solo perché presenti sullo stesso sito dove ce n’è uno presunto illegale”, dice Sarzana. “Dello stesso parere, la Corte di Giustizia europea in una sentenza di pochi giorni fa”, aggiunge.

I gestori dei siti oscurati hanno insomma parecchie freccie nel proprio arco. “Hanno speciali contratti con i gestori di hosting, tali per cui è possibile disdirli in un attimo in caso di sequestri. Poi attivano il sito su un diverso IP, già predisposto in anticipo, su un altro gestore o persino sullo stesso”, spiega Andrea Monti, avvocato esperto di questi temi. “Se hanno dovuto cambiare il dominio per aggirare il blocco, pubblicano il nuovo sulla propria pagina Facebook. Ma lo fanno anche sul vecchio sito, qualora sia attivo solo un blocco via Dns”, spiega Sarzana. Si innesca così un passa parola, cosicché il nuovo sito è subito noto a tutti gli utenti, anche a quelli che non sanno aggirare il blocco Dns.
“Le nuove regole Agcom si scontreranno contro tutti questi trucchetti e quindi saranno inefficaci. Il solo risultato sarà creare danni collaterali su siti e contenuti leciti”, dice Sarzana. “Meglio sarebbe scovare e arrestare i gestori dei siti, con il metodo “follow the money”: l’autorità giudiziaria potrebbe indagare sui beneficiari dei proventi pubblicitari e delle donazioni”, aggiunge Sarzana. Questi ricavi sono la loro vera ragion d’essere. I gestori più abili non si limitano a mettere il sito su server esteri, ma utilizzano anche concessionarie pubblicitarie straniere poco collaborative con le autorità italiane (quindi non Google). Le autorità possono comunque però agire su di loro o almeno su Paypal, attraverso cui avvengono le donazioni.

“Follow the money è solo uno degli strumenti da utilizzare; ci servono anche le nuove regole Agcom per favorire il blocco dei siti pirata”, ribatte Enzo Mazza, presidente Fimi (Federazione dell’industria musicale italiana) e tra i principali esperti del tema.
“Follow the money è inutile se il gestore è cittadino extracomunitario. E’ vero che il blocco Dns è facilmente aggirabile; ma quando quello IP non è praticabile, possiamo agire in un terzo modo: facendo pressioni sull’hosting provider perché rimuova quel sito contestato e su Google perché ne elimini il link dal motore di ricerca. Google su questo ancora non è abbastanza sollecito”, dice Mazza.

Insomma, dietro la battaglia che adesso si apre, con nuovi strumenti, c’è un mondo sommerso e complicato. Gli equilibri sono delicati e difficili da trovare, come emerso anche in un recente convegno alla Camera sul tema delle regole e della libertà di internet, con vari esperti e parlamentari. Paolo Gentiloni (PD) e Massimo Ardini (M5S) si sono espressi contro le nuove regole, notando che sarebbe stato compito del Parlamento regolamentare la tutela del copyright. Perché solo il Parlamento potrebbe trovare una soluzione democratica che rispetti quegli equilibri. Ma il Parlamento- come notato dallo stesso Gentiloni- ha lasciato passare questa partita. E ora l’internet italiana vivrà le conseguenze delle nuove regole.