Non si sono fermati alla loro prima startup e ne hanno fondate altre, con fortune alterne. Tra questi c’è Jack Dorsey, passato dal successo di Twitter a quello di Square, il servizio di pagamenti elettronici che ha affascinato Starbucks e ad inizio 2014 si è fatto affascinare dai bitcoin. Caterina Fake, dopo avere venduto Flickr a Yahoo! ha fondato “hunch.com” consegnandolo poi a Ebay per una somma vicina agli 80 milioni di dollari. Ma avere alle spalle un successo, per quanto grande possa essere, non è garanzia di repliche: è il caso di Kevin Rose la cui fama è cresciuta insieme a quella di Digg e ha subito un duro colpo a causa dell’insuccesso di Pownce e di Milk. La cosa più affascinante non è l’impossibilità di disegnare un algoritmo per il successo di una startup; al contrario è – fatti salvi alcuni comportamenti autolesionisti o deleteri – impossibile disegnare quello dell’insuccesso. Troppe (e non sempre prevedibili) le variabili che contribuiscono al successo di un’impresa. Illuminante, in questo senso, il caso di Untitled Partners, startup il cui intento era quello di permettere agli amanti dell’arte di acquistare opere in multiproprietà. L’idea, di certo suggestiva, è riuscita a ritagliarsi uno spazio anche tra gli investitori, raccogliendo circa 560mila dollari. Il modello di business e le strategie commerciali erano certamente perfettibili ma – previo opportune modifiche – non sarebbero state le cause della morte. Decesso decretato invece dalla crisi economica del 2008 (innescata due anni prima dai subprime) che ha spostato altrove l’attenzione dei potenziali clienti della startup. Per cercare casi di successo seriali (o perlomeno replicati) non occorre andare al di là della Manica oppure Oltreoceano; in Italia ci sono ottimi esempi di imprenditori quali Francesco Nazari Fusetti il quale, dopo ScuolaZoo ha lanciato con successo CharityStars. Selene Biffi, con una spiccata predisposizione al sociale, ha creato Youth Action For Change riversandone poi esperienza e successo in Plain Ink.

Esclusa la ricetta del successo, non si può fare altro che affidarsi a dei tratti attitudinali e personali i cui semi sono presenti in ogni imprenditore: chi fonda una startup può ragionevolmente fondarne altre, proprio perché essere imprenditore digitale è una forma mentis. Utile la cultura dell’insuccesso che Oltreoceano diventa un vero e proprio manuale d’uso e, nelle culture latine, assomiglia ancora ad un’onta da celare. Abbiamo provato a definire un profilo di massima dello “startupper seriale” avvalendoci della collaborazione di Fabio Lalli, CEO di IQUII e fondatore di Indigeni Digitali, che nel corso della sua carriera è entrato in contatto con molti neo imprenditori ed è convinto che non esista una regola aurea. “Un algoritmo non esiste, ma è possibile definire i pattern, partendo dal presupposto che replicare un successo non sia banale, penso sia quasi impossibile.” Questo anche in virtù di quegli elementi che l’imprenditore non può né influenzare né controllare. “Ci sono caratteristiche e attitudini professionali – continua Lalli – che si possono individuare e altre che, soprattutto in alcuni giovani, devono essere coltivate e sviluppate. Le caratteristiche comuni a molti imprenditori sono determinazione e perseveranza. È vero che l’esperienza accumulata negli anni sarà sempre un bagagliaio per il viaggio verso altri progetti, che siano viaggi di successo non è sicuro. Saranno di certo viaggi che porteranno l’imprenditore ad accumulare altra conoscenza, altre relazioni e nuove capacità da utilizzare in nuovi progetti”. Il discorso si fa più interessante e anche più fine riguardo a quei progetti imprenditoriali che colmano o migliorano le necessità del quotidiano: “una buona idea, un bisogno ed il miglioramento di un aspetto di vita non eseguita in modo eccellente difficilmente potrà avere successo, tanto quanto un’eccellente esecuzione non contestualizzata e senza un bisogno ben identificato non è detto che raggiungerà il traguardo. Ma anche in questo caso, non è corretto dedurne nulla: ci sono progetti che non colmano un bisogno specifico, sono eseguiti correttamente e hanno avuto un successo incredibile perché spinti e mediaticamente costruiti”.

I capisaldi sono e restano umiltà, spirito di sacrificio, impegno, determinazione e perseveranza. “I risultati – conclude Fabio Lalli – raramente si raggiungono in poco tempo.  L’errore che spesso vedo commettere è la ricerca del risultato in fretta. Non sto dicendo che le cose devono esser fatte con calma: dico che troppi neo imprenditori, non vedendo grandi risultati in breve tempo, abbandonano o in alcuni casi si fanno prendere dall’ansia o dalla frustrazione”.

Gli imprenditori che non smettono di creare startup dopo la prima di successo come hanno fatto Caterina Fake e Kevin Rose, ci sono anche italiani come Francesco Nazari Fusetti. Dopo la prima startup, le altre sono sempre un successo? Non sempre. Cerchiamo di capire, parlando delle loro storie, cosa li muove e cosa accade.