Il posto di lavoro nell’era digitale? Un ecosistema che lega persone, organizzazione, tecnologie, servizi. Ma attenzione. Soltanto quando si innesta non solo come facciata il digitale genera cambiamenti sostanziali nelle dinamiche di lavoro quotidiane, nella mentalità, nella leadership. Armati di ogni dispositivo digitale, connessi costantemente con smartphone e tablet di ogni sorta, personali o aziendali poco importa. Che lo si voglia oppure no, di fatto la vita del lavoratore è sempre più liquida e reticolare. E le nuove strategie di comunicazione aziendale passano necessariamente oggi per modalità di comunicazione sincrona, come le moderne piattaforme di chat oppure gli avveniristici plug-in per progetti wiki.

Eccola allora la nuova generazione dei social-dipendenti. E se l’America e il Nord Europa restano ancora trend-setter nel disegnare il posto di lavoro del futuro, l’Italia prova a integrare comunicazione tradizionale con strumenti offerti dalle nuove tecnologie.

Qui America: imprese social, ma top management ancora troppo analogico

«Il digitale è un percorso intrapreso da molte grandi organizzazioni, ecco perché ora si registra la tendenza ad umanizzare il digitale, forti di una maturità più ampia nelle organizzazioni”. Così Jane McConnell, curatrice del rapporto Digital Workplace Trends 2015, il più imponente censimento mondiale dedicato ai fenomeni emergenti in azienda, giunto alla nona edizione.

Ad aggiornare questa fotografia 2015 ci pensa il campione di 280 imprese, rappresentativo di 26 Paesi differenti. Dalle risposte al sondaggio online emergono timidi passi in avanti verso l’azienda digitale più matura e strutturata, ma anche alcune contraddizioni. «Nessuna organizzazione, nemmeno quelle ‘early adopters’, ha un posto di lavoro digitale davvero pienamente integrato. Le tecnologie sono ancora troppo spesso un accessorio e non adottate in modo ottimale su tutta la forza lavoro. Ci vuole visione organizzativa, e non solo una semplice valutazione in termini di efficienza e risparmio», dichiara McConnell.

Così dal rapporto emerge come il digitale sia un percorso necessario intrapreso da molte grandi organizzazioni, ma diventa efficace solo quanto la connettività fa rima con cultura della fiducia. Solo in quel caso si va ad incidere nei comportamenti dell’organizzazione. Eccolo allora il percorso di alfabetizzazione al digitale, con una rivoluzione che però dovrebbe coinvolgere il vertice, e questo avviene ancora raramente. «Poche organizzazioni hanno amministratori digitali in senso pieno. La contaminazione deve partire anche dall’alto, o comunque essere abbracciata anche da altre funzioni». Il salto verso l’organizzazione digitale lo si fa quando questo approccio non diventa ad esclusivo uso e consumo di solo alcune funzioni. Insomma gli skills digital dovrebbero contaminare l’impresa per generare cambiamento. Il vero rischio per Jane McConnell è porre troppa attenzione sullo strumento, senza focalizzarsi sulle persone.

L’attrattività dell’azienda digital

Al centro della rivoluzione nella comunicazione in azienda resta la connettività mobile. «D’altronde il 2015 decreterà la cosiddetta consumerizzazione delle risorse umane»: a dichiararlo Jeanne Meister, una delle firme di Forbes in un post di inizio anno. «I dipendenti si aspettano un’esperienza professionale simile alla navigazione in rete anche rispetto alle funzioni del personale, come quando prenotano un taxi con Uber o pagano le bollette  tramite app. L’interfaccia mobile sarà il bisogno primario del dipendente e anche sul lavoro integrerà applicazioni personali e di business», precisa Meister. Questo nuovo approccio incide di fatto sulle risorse umane nell’adozione di dinamiche nuove per il recruiting, per il monitoraggio delle presenze in ufficio, per i percorsi di formazione.

E’ un tema di attrattività dei talenti: secondo una ricerca MIT Sloan ben il 57% dei lavoratori considera questi nuovi approcci un fattore importante nella scelta del luogo di lavoro. E non è detto che la rivoluzione coinvolga soltanto i cosiddetti millennials, ovvero i nati nell’ultimo trentennio del secolo scorso. Anche perché la più rapida crescita demografica oggi riguarda la popolazione aziendale della fascia 45-54 anni. Meister sottolinea la maggiore alfabetizzazione informatica della generazione di immigrati digitali. Perché oggi di fatto siamo tutti cittadini digitali.

Qui Italia: la ricerca sulla comunicazione in azienda

Integrazione degli strumenti online e offline, con una carta che resiste alle rivoluzioni social: è quanto emerge dai primi risultati del rapporto dell’Università Cattolica di Milano realizzato per Ascai, associazione con sessant’anni di storia che riunisce i comunicatori interni di impresa e che aggrega una trentina di grandi aziende d’eccellenza. Strumenti e profilo della comunicazione aziendale sono stati presentati proprio pochi giorni fa a Roma, nell’ambito del convegno ComunicaImpresa.

La ricerca ha interpellato 105 imprese operanti in Italia e appartenenti a tutti i settori produttivi per oltre 930mila addetti rappresentati. I primi numeri: il 53% delle organizzazioni pubblica almeno un periodico e tra questi il 18% ha un’edizione solo cartacea, il 56% integra alla carta anche l’online e il 25% opera esclusivamente online. In quest’ultimo caso, nel 45% si tratta di una testata ‘migrata digitale’, ovvero che ha sostituito una precedente testata cartacea.

Prevale la tendenza a proporre in rete la stessa tradizionale versione tipografica del periodico, con testi e linguaggi adatti a essere letti e approfonditi su carta piuttosto che su pc o tablet: infatti nei casi di coesistenza di periodici cartacei e digitali, ben l’81% ha l’edizione online esatta replica di quella cartacea, mentre nel 6% l’edizione online è diversa per contenuti, aggiornamenti e formati multimediali, anche se non è aperta alla partecipazione. «Dai primi risultati emerge che carta è ancora protagonista di questa forma di comunicazione aziendale e ha grandi potenzialità per integrarsi progressivamente con il digitale», afferma Roberto Nelli, docente dell’Università Cattolica e responsabile scientifico della ricerca.

«Le prime evidenze della ricerca hanno confermato che la migrazione dalla carta al web è ormai un fenomeno senza ritorno. Basti pensare che oltre l’80% delle pubblicazioni aziendali è oggi consultabile online. C’è tuttavia ancora molto da fare affinché house organ e newsletter realizzate dalle aziende italiane per i loro dipendenti riescano a sfruttare al meglio le opportunità offerte dalle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Occorre andare verso formule social di condivisione del prodotto editoriale», precisa Maurizio Incletolli, presidente Ascai. E resta poi il terreno ancora poco esplorato della produzione di contenuti crossmediali. «La comunicazione aziendale nel futuro? Oggi consiste più che mai nella riscoperta di valori che l’innovazione tecnologica difficilmente è in grado di sostituire. Mi riferisco all’esigenza di privilegiare una relazione più diretta tra impresa e persone, puntando su un loro coinvolgimento emozionale, che rispetti al tempo stesso le culture individuali».