“Era il 1941 quando Isaac Asimov, nel suo racconto ‘Reason’ faceva parlare un robot:

‘In questi ultimi due giorni mi sono analizzato attentamente’ disse il robot ‘e i risultati delle mie riflessioni sono molto interessanti. Ho cominciato dall’unica ipotesi certa che mi sono sentito in grado di formulare. Io esisto perché penso…’ ” Sto parlando con Valentino Catricalà, direttore artistico Media Art Festival, coordinatore progetti arte Fondazione Mondo Digitale e curatore della sezione “Umano, sovraumano?” della mostra Human+… Catricalà mi spiega quanto sia fondamentale interrogare gli artisti per capire come potrebbe essere il nostro mondo nel momento in cui si avvia a una convivenza con le macchine che vengono dotate di un’autonomia sempre maggiore e persino di una intelligenza. Gli ricordo, allora, un altro racconto di fantascienza, “La Risposta”, questa volta del 1954: lo scrittore Fredric Brown descrive l’allestimento di un “supercomputer galattico” al quale viene chiesto, come prima domanda, se esiste Dio. La risposta è semplice quanto perturbante: “Adesso sì”.

I quattro artisti e i due collettivi selezionati da Catricalà sono stati selezionati proprio per sollevare queste questioni, per interrogare la tecnologia nella sua funzione di creatrice di universi di senso, di nuovi concetti di reale e di nuovi costrutti identitari. E inoltre rispondere alla domanda: quali saranno i ruoli di uomini e macchine? “Come nel racconto di Chabot, “Il robot filosofo” – spiega Catricalà – quando il robot, una intelligenza artificiale, dialoga con il filosofo umano Barnabooth e gli chiede: ‘a che serve essere umano?’ e

Barnabooth sorrise: ‘A coltivare il mistero di esistere. A ridurre la violenza. A sperimentare nuove forme di gioia. E lei, ha un’idea?’ ‘Sono desolato, non ne ho. E’ lei il filosofo con trent’anni di esperienza. Non invertiamo i ruoli’ “. Gli chiedo allora secondo quali criteri ha selezionato le opere… “In particolare attraverso due assi portanti: da una parte un pensiero sul potenziamento dell’uomo attraverso le tecnologie. Un pensiero che si fonda sull’idea che con lo sviluppo di tecnologie sempre più complesse, il corpo biologico risulta mancante, difettevole, non più in grado di affrontare le grandi sfide del XXI secolo. Un difetto che può essere eliminato grazie all’aumento tecnologico dell’organismo, che da ‘organico’ si fa sempre più ‘postorganico.’ ”

Dall’altra un progetto di de-potenziamento: “Più che potenziare le nostre abilità, gli artisti della sezione usano la tecnologia come strumento di indagine, luogo immaginifico di creazione di mondi possibili”. Quindi meno transumanesino in senso stretto per dare spazio, magari, a scambi di sensibilità tra uomo e macchina: “Si pensi all’opera ‘Sebastiano (Il nottambulo)’ di Donato Piccolo. L’uomo accoglie la tecnologia sulle proprie spalle come accoglierebbe dei bambini e i suoi arti robotici, invece che potenziare le abilità dell’uomo, scrivono sulla schiena come farebbero dei bimbi.” Mentre AOS (Salvatore Iaconesi e Oriana Persico) realizzano “Ghostwriter” “una nuova forma narrativa autobiografica composta di algoritmi che raccolgono, classificano e organizzano le informazioni riguardanti la nostra vita che si affacciano come data sui social.” Ponendo anche in questo caso interrogativi interessanti a partire da: chi scrive le nostre autobiografie? E chi detiene i diritti dei dati che definiscono la nostra identità e delimitano il nostro corpo?