Bloccare la pubblicità sul web vuol dire colpire tutti quegli editori o produttori di contenuti piccoli o grandi che hanno scelto gli spot online per sostenere il proprio business. Ecco perché gli effetti collaterali di quella che appare a tutti gli effetti uno scontro tra big della Silicon Valley (Google, Apple e Facebook) ci riguardano da vicino. Google sappiamo essere il più grande fornitore di annunci sul web è di Google. Il suo browser (Chrome) è il più diffuso sull’Internet seduto (rete fissa). Dai software che bloccano gli spot Mountain View ha tutto da perdere. Apple fondamentalmente fa soldi con gli smartphone. Sono leader sull’Internet in piedi. Da una navigazione più veloce e snella hanno tutto da guadagnare. Facebook? Loro sono un social network, un club gratuito ma protetto e pieno zeppo di telecamere. Dentro tutto possono scrivere, pubblicare foto o video. L’ad blocking là dentro non funziona.

Quelli che passano dall’Internet seduto all’Internet in piedi siamo noi. E comunque vada a finire, per i media indipendenti lo scontro di potere tra gestori di ecosistemi digitali rischia di produrre un bagno di sangue.  Ci sono circa 200 milioni di utenti mensili attivi (MAU) di software ad-block a livello globale, Secondo i dati di un nuovo studio condotto da PageFair e Adobe incluso nel nostro  ultimo rapporto ad-blocking. Su computer e smartphone (fonte Wells Fargo) i danni complessivi al mercato pubblicitario arriveranno a 12,5 miliardi di dollari nel 2016. Ma pare una stima conservativa. Secondo i calcoli del Wsj nel 2015 i siti che vivono di inserzioni pubblicitarie potrebbero perdere una fetta di ricavi da 22 miliardi di dollari. La penetrazione del software inizia ad avere percentuali importanti (in Italia il 13%).

 

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Come si vede dal grafico di ComScore negli Usa (ma i dati sono simili a quelli europei) i solo-mobile o come potremmo definirli gli oltranzisti del telefonino-tablet o dell’Internet in piedi (ammesso che esistano) hanno superato quelli su desktop. Per dirla in altro modo sempre di più ci si collega alle reti mobili. Da qui l’attenzione degli operatori per rendere la navigazione su mobile meno neutrale. E quindi più profittevole (chi più paga corre più veloce e quindi garantisce un servizio migliore). Qualcuno negli Usa si sta già muovendo.  AT&T offre in alcuni piani traffico gratis su YouTube e Facebook. Le app di Hershey (negozio di dolci), Hotels.com e StubHub (di eBay, per comprare biglietti di sport e spettacoli) hanno scelto di offrire il traffico gratuito per i rispettivi siti. Syntonic ha fatto l’app Freeway che consente di navigare gratis su StubHub.com e Expedia.com (su reti AT&T). Stessa idea per il sito Break.com, che fa video umoristici visti da 50 milioni di persone al mese. Anche i produttori di contenti sono corsi ai ripari. Washington post ha cominciato a impedire l’accesso alle notizie a chi ha sistemi che bloccano la pubblicità.  Il modello di business del mobile, anche alla luce del mercato della pubblicità non esaltante, sembra sempre più indirizzarsi verso lo scambio di traffico contro contenuti. In questo senso Apple potrebbe avere gioco facile nell’immaginare una rete meno “pesante” e più rispettosa della privacy (quindi con meno cookies e banner).

 

Quello a cui potremmo assistere e a una specializzazione di internet. In alto il mobile per chi si può permettere di acquistare traffico e offrire servizi a pagamento. In basso il web per i produttori di contenuti indipendenti e tutti i soggetti advertising-dipendenti. A meno di stravolgimenti il rischio-opportunità è che gli innovatori continueranno a sperimentare servizi e modelli di business sull’internet seduto. Una volta “emersi” il soldi si faranno sul mobile.