Danno lavoro con il loro lavoro. E lo fanno attraverso social media e app legate ai nuovi scenari della sharing economy. Anche in Italia c’è tutto un segmento di startup che si sta imponendo per erogare servizi legati al mondo del recruiting e della formazione professionale. Ecco il nuovo stuolo di headhunter in formato digitale che hanno un elemento in comune: abbattere quanto più possibile tutte le sovrastrutture che una volta si ergevano tra candidato e azienda. Insomma, la disintermediazione ha la meglio anche sulla ricerca del lavoro in rete. Unita alla necessità di effettuare ricerche su mercati globali in tempi celeri. Ed ecco cosa può spingere un’impresa o un candidato ad affidarsi alla rete: accorciare le distanze spazio-temporali, ottenendo il meglio da un mercato, quale quello della selezione del personale, sempre più competitivo.

Tendenza americana quella che si inizia a registrare da noi. D’altronde Oltreoceano sono già 53 milioni i professionisti messi in rete grazie a un’applicazione che gestisce i clienti, secondo la fotografia della nuova generazione dei freelance scattata dall’Economist. Ad inizio anno la testata inglese aveva pronosticato come questa economia di lavoro on demand sarà di fatto destinata a scalare rapidamente i mercati anche all’estero. Ma c’è da dire che però al momento la via italiana alle startup legate al lavoro ha anche un altro elemento: coinvolge non solo posizioni di top e middle-management, ma anche risorse più operative.

Lavoro? Meglio se social e geolocalizzato

Geolocalizzare il proprio curriculum vitae. «Perché le persone che hanno bisogno di lavoro sono stufe dei classici siti di job-posting. E poi perché sarà il tuo lavoro ideale a trovare te». Parola di Andrea De Spirt, carismatico fondatore di Job Your Life, startup nata nel febbraio 2012 come primo strumento di ricerca lavoro con la localizzazione del curriculum vitae: in sintesi si tratta di un portale, che in fondo è un po’ un social network, che aiuta a trovare il lavoro ideale nei luoghi preferiti. De Spirt, ventiseienne veneziano, già tre anni fa ha iniziato a rivoluzionare il modo di cercare il lavoro online. E l’intuizione della sua startup è la creazione di uno strumento che possa geolocalizzare cv e competenze.

«Ci siamo accorti che l’unico modo per trovare lavoro in rete era candidarsi ad annunci con bassissima probabilità di risposta. Abbiamo deciso di cambiare il sistema facendo sì che siano direttamente le aziende a mandarti annunci personalizzati che ti portino velocemente al colloquio», racconta Andrea, che all’inizio del suo viaggio ha avuto il sostegno di quattro angel investors che operano nel campo del private equity, settore bancario e brokeraggio assicurativo. «Una volta cercare lavoro online significava spendere ore e ore sul web a rispondere ad annunci spesso poco chiari e anonimi, con la certezza purtroppo di ricevere un qualunque tipo di riscontro solo da una percentuale bassissima. Chiunque lo abbia sperimentato sa quanto sia deprimente. In Jobyourlife sono le aziende a contattare gli utenti iscritti, in maniera assolutamente trasparente e diretta».

Da poco la sua realtà ha chiuso un round di finanziamento da 600mila euro, che segue un altro da 500mila nel 2013. Ad oggi Job Your Life registra 1.500 aziende iscritte, oltre 600mila utenti con più di 1200 iscritti al giorno e un team in crescita. Ad oggi gli uffici sono a Milano e Cagliari, ma si guarda già oltre i confini nazionali. Prossime destinazioni: Gran Bretagna e Spagna. «Siamo stati soprannominati da molti il ‘Google dei cv’: grazie a un algoritmo semantico sviluppato internamente le aziende iscritte alla piattaforma possono cercare e trovare in pochissimo tempo esattamente le persone di cui necessitano in una precisa zona geografica con la medesima logica di Google Maps», spiega De Spirt, finito lo scorso anno sull’edizione di Forbes come caso di successo.

“Affittare” un marito grazie alla rete

Dalla geolocalizzazione dei cv a quella dei lavori: una start up familiare è diventata un caso di successo in Europa. Si tratta di Marito in Affitto e questo franchising partito da Monza e presente in mezzo mondo è nato dalla necessità di mettere in contatto chi cerca e chi offre lavori manuali.

A metterlo in piedi come risposta alla crisi economica un padre e un figlio. Così Gian Piero Cerizzo, 65enne di Monza, dopo decenni di lavoro come agente di commercio, decide di dar sfogo alla passione che ha sempre avuto per i lavori manuali, avviando con suo fratello una carrozzeria. Nel 2007 è costretto a chiudere l’attività, ritrovandosi senza lavoro insieme al figlio all’epoca 28enne. Da questa situazione critica è nata l’idea de Il marito in affitto. L’impresa registra centinaia di licenziatari, si sviluppa su tutto il territorio italiano e all’estero con 16 marchi: tra i Paesi si segnalano Cina, Canada e Australia.

«Talvolta un’idea di successo la si può trovare anche nella quotidianità: insieme a mio figlio abbiamo rilevato un bisogno semplice e chiaro, soprattutto di tante donne: trovare un punto fermo e affidabile a cui rivolgersi per ogni necessità quotidiana», racconta Cerizzo. Da poco poi sono state stipulate la partnership con Dremel del Gruppo Bosch e tante convenzioni con importanti aziende. I Mariti in affitto in Italia sono presenti in quasi tutte le regioni: tra licenziatari in esclusiva e relativi collaboratori sono circa duecentocinquanta.

Da Monza al lago di Garda, pochi chilometri e un’altra startup che eroga lavoro. Siamo a Fasano, nella provincia bresciana: è qui che Olliver e Patrick Mayr, due fratelli albergatori sui quarant’anni nati in Germania e attualmente residenti in Italia, gestiscono il loro hotel. Ed è in rete che i due fratelli hanno pensato di trovare cuochi, camerieri, stiratori, baristi per una stagione turistica alle porte. Tecnicamente hanno messo in piedi una piattaforma di domanda e offerta di lavoro per individuare lavoratori stagionali. L’hanno chiamata Jobberone. Si tratta di un aggregatore di offerte di lavoro per funzioni operative. «Al bando i ruoli manageriali alla LinkedIn, su Jobberone si ricercano figure professionali come operai, badanti e idraulici. D’altronde cerchiamo di dialogare col tessuto socio-economico del nostro Paese: disoccupati, lavoratori, liberi professionisti, piccole e medie aziende», racconta Olliver Mayr. Attualmente su Jobberone sono registrati 55.000 utenti attivi e la fanpage aggrega quasi 45mila fan.

La nuova faccia del social job

Dall’Umbria la risposta al lavoro disintermediato. Perché c’è chi è uscito anche dallo status di startup e veleggia su cifre interessanti, scalando interesse e fatturato. Si tratta di Face4Job, realtà nata a Terni nel febbraio 2014 e già a fine dello scorso anno presente con una piattaforma internazionale gestita da una ventina di collaboratori arruolati a tempo pieno. A pensarlo è stato Alessio Romeo, un passato manageriale all’estero e negli ultimi anni un’esperienza a capo di una startup indiana operante in Italia. Proprio in questa occasione Romeo ha vissuto in prima persona le dinamiche del recruiting. Così ha pensato di costruire un hub del lavoro basato sulla disintermediazione. Si tratta di un canale diretto di incontro tra domanda e offerta di lavoro senza intermediari, basato su un processo che elimina a livello globale ogni barriera e confine.

«Tutto nasce dall’esperienza sul campo e dall’idea di digitalizzare il processo di ricerca e selezione del personale diretto e non mediato tra azienda e candidato e tramite l’ausilio di un canale di video streaming, ridefinendo le logiche del colloquio di lavoro». Si abbattono le barriere, i costi, i tempi. «Ho lasciato il lavoro per questa opportunità, tutto è iniziato quasi per gioco, ma poi l’idea ha raccolto quasi un milione di euro». Ad oggi Face4Job registra migliaia di aziende iscritte, un accordo con Microsoft Italia per il recruiting di personale di information technology per tutti i partner italiani.

Il Google italiano delle lezioni di inglese

Il lavoro declinato con le lingue è alla base di Fluentify, startup italiana nata nel 2013 a Londra da startupper italiani e oggi localizzata nella capitale inglese e a Torino. Crescita esponenziale per questa idea messa in business da quattro giovani che di fatto stanno facendo imparare l’inglese grazie alla rete. Dallo scorso settembre il progetto è in break-even e con circa 50mila utenti che transitano nella piattaforma.

Ecco perché sono orgogliosi della loro creatura questi giovani italiani globetrotter: si tratta di Giacomo Moiso, Andrea Passadori, Claudio Bosco e Matteo Avalle. Tutti con un’età compresa tra i 23 e i 28 anni, vivono oggi tra Torino e Londra. Dopo un passato nei laboratori universitari hanno acceso questa piattaforma per mettere in contatto chi vuole migliorare l’inglese con tutor madrelingua selezionati: «La maggior parte dei nostri utenti sono persone che vivono in Italia, Francia e Spagna e che per motivi di lavoro hanno bisogno di conoscere bene l’inglese. Molti nostri tutor sono esperti di business English e preparazione di colloqui, sono quindi perfetti per aiutarli a raggiungere i loro obiettivi».

La loro startup è stata definita da più parti come il Google delle lezioni di inglese. «Di fatto oggi offriamo servizi a chi viaggia per motivi di lavoro, di education o semplicemente per essere più informati nel visitare un posto». Ecco perché il team ha creato programmi su misura e per più settimane che prevedono non solo le conversazioni con tutor madrelingua, ma anche contenuti più specifici. «Ad esempio in molti chiedono il percorso per imparare in tempi rapidi a scrivere e rispondere alle comunicazioni via mail in inglese». Il cliente prenota e paga, poi la transazione passa su Paypal o carta di credito. I numeri oggi raccontano di una realtà in costante crescita, con duecento tutor madrelingua, di cui un terzo molto attivo. «La soddisfazione più grande è che per molti siamo diventati la principale risorsa finanziaria. I top tutor riescono a superare anche le duemila sterline al mese, la transazione passa su paypall o carta di credito».

La loro scelta è di avere una sede a Londra e in italia. Nel quartier generale inglese la startup gestisce le business unit e il customer service,  mentre nella sede torinese lavorano i team che si occupano del software, uno degli elementi centrali della piattaforma. «Gli sviluppatori per noi sono preziosi come l’oro. A Torino ne abbiamo di bravissimi e li ingaggiamo appena usciti dal Politecnico. Sono certamente più facilmente coinvolgibili. A Londra c’è un ecosistema incredibile, ma chiaramente aumenta la competizione legata alle risorse umane».

Lavori da sharing economy

Nella nuova economia condivisa nascono anche nuove startup. Una in particolare registra i natali Oltralpe ma è stata fondata da due italiani. Si tratta di Bnbsitter, startup che fornisce servizi on demand a tutti coloro che desiderano affittare un alloggio a breve termine e che oggi è incubata al Welcome Lab City. Nata nel 2013 da due imprenditori siciliani residenti a Parigi, Biagio Tumino e Piero Cipriano, Bnbsitter è uno strumento per proprietari di immobili di tredici città europee.

Si moltiplicano così nuove opportunità di lavoro: in pratica la startup permette di contattare oltre 250 fornitori di servizi offrendo 25.000 servizi a proprietari ed amministratori per accogliere circa 30.000 ospiti. Dalla consegna delle chiavi alla pulizia e lavanderia, fino ai servizi di rifornimento e di coordinamento per gli ospiti.  «I nostri elementi distintivi? Prezzi competitivi, forte attenzione al servizio al cliente, massima flessibilità negli orari di disponibilità e affidabilità garantita da controlli rigorosi sulle competenze dei bnbsitter», raccontano i fondatori.

Obiettivo ambizioso il loro: diventare la principale realtà internazionale nel settore dei servizi di accoglienza per gli affitti a breve termine. Ma negli anni del boom per questa nuova economia in sharing ogni crescita esponenziale è tutt’altro che improbabile.