“Contabili” dell’energia. Manager antisprechi. Designer ambientali… In Italia crescono le professioni Green: i lavori a vocazione verde sempre più richiesti (e pagati) dalla aziende. Vediamone alcune.

 1. Energy Manager

La legge lo impone dal 1991 a tutte le aziende «con grossi consumi». Ma 23 anni e qualche riforma più tardi, non è ancora conosciuto come dovrebbe: è l’energy manager, professionista specializzato in verifica e revisione del fabbisogno energetico di una società. Suo l’incarico di valutare e definire i volumi consumati, in un’ottica di “contabilità energetica” che include la stesura di un contingency plan: analisi e correzione degli errori tra un bilancio e l’altro. Tra le altre responsabilità, controllo e confronto dei prezzi del petrolio, il cambio in dollari Usa delle commodity e le percentuali obbligatorie da fonti rinnovabili di energia. La laurea consigliata è in ingegneria a indirizzo ambientale e/o energetico. Lo stipendio? Dai 30mila euro dei primi anni di carriera a picchi (soprattutto per chi lavora in proprio, in veste di consulente) dai 50mila euro in su.

 2. Disaster manager

La definizione può spiazzare. Ma “il manager dei disastri”, o “manager delle emergenze”, è una figura chiave per prevenzione e reazione del territorio in caso di calamità naturale. Il profilo tracciato dall’associazione di categoria è quello di un «esperto di protezione civile che predispone e verifica i piani di emergenza, fornendo consulenze e servizi di orientamento a tutti in soggetti coinvolti nel fronteggiare catastrofi naturali o causate dall’uomo». La formazione preferibile è ingegneria e geologia, perfezionata da master o corsi di aggiornamento. In Italia, le prime figure sono state formate dal Dipartimento Protezione Civile della Presidenza del Consiglio dei Ministri dal 1995/96. All’estero, il fenomeno è anche più radicato. Il Bureau of Labor Statistics degli Stati Uniti ha registrato una crescita del settore del 28,2%, con retribuzioni fino a picchi di 101mila dollari Usa tra i professionisti più qualificati.

 3. Eco-industrial designer

Fino a qualche anno fa era una qualifica indefinita. Oggi è il titolo dei laureati in un polo d’eccellenza come la Lund University: il master biennale in Sustainable Urban Design forma high skilled workers, lavoratori ad alto tasso di qualifiche nel “design verde” che rifinisce urbanistica sostenibile e produzione a impatto zero. Gli obiettivi del corso, come si legge nel piano didattico, sono «offrire un’ampia educazione negli aspetti della sostenibilità legati al design industriale» e preparare gli studenti a «manifestare intenzioni sociali, economiche in forma fisica nel design urbano». Lo stipendio? Gli industrial designer “tradizionali” lamentano retribuzioni inferiori alla media dei colleghi e ingegneri assunti nella stessa società.  Quelli con timbro eco, sempre più quotati nella rivoluzione digitale delle smart cities, ambiscono a fasce retributive ben più elevate…

4. Certificatore Energetico

Il certificatore energetico, lo dice il nome, verifica o “certifica” le prestazioni energetiche di uno stabile. Le sue funzioni: rilievi sull’edificio, controllo dei libretti degli impianti elettrici e termoelettrici, stime del consumo. I requisiti di categoria, disciplinati lo scorso luglio, permettono  di lavorare come libero professionista e/o sotto contratto con enti che si occupano di ispezione delle costruzioni o servizi di energia. La qualifica fa seguito a un corso di 70/80 ore, con costi da un minimo di 700 a un massimo di 1.300 euro a seconda della Regione che lo eroga. Stipendio medio e lauree suggerite? In assenza di un tariffario fisso la certificazione può essere pagata da 250 euro a 800 euro, in proporzione a dimensione dell’immobile e impianti analizzati. Il curriculum non si vincola a background definiti: può bastare un diploma come perito industriale e geometra. Ma con la concorrenza in crescita, sempre più tecnici completano (o partono da) lauree in architettura, chimica, ingegneria, biologia…

 5. Enviromental Risk Manager

A metà strada tra green economy e calcolo dei rischi, l’attività dell’enviromental risk manager consiste nel rilevare, quantificare e definire le ripercussioni sull’ambiente di policy aziendali: in altre parole, la “vulnerabilità” di una società in operazioni a medio o alto tasso di pericolo per l’ecosistema. Nel procedimento di routine, il cosiddetto Erm elabora un modello degli accadimenti (negativi) che potrebbero verificarsi con un investimento (l’esempio più classico sono le piattaforme petrolifere). La laurea consigliata è in ingegneria o in economia con specializzazione o corsi integrativi su energia e green. La qualifica come top manager, il background multidisciplinare e l’alto profilo di responsabilità spianano la strada a stipendi dai 2.500 in su. A seconda della società, e dei margini di rischio, presi in carico.