Siamo dalle parti di Gravity e di 2001: Odissea nella Spazio. Siamo nello Spazio, galleggiamo nel vuoto dentro una tuta e non sappiamo né come e nè perché ci ritroviamo in orbita. L’unico indizio è la nostra stazione spaziale a pezzi, semidistrutta. L’incipit di ADR1FT è utile per entrare meglio dentro a quello che potrebbe essere il primo videogioco studiato per addomesticare l’esperienza con la realtà virtuale. Con una felice intuizione di marketing gli sviluppatori di Three One Zero l’hanno definita la prima First person experience, termine che gioca con il genere dei first person shooter. Gli sparatutto oltre a essere tra i giochi più venduti sono il genere che più ha fatto sognare i giocatori. Immergersi completamente in un ambiente 3D con una visuale in prima persona, magari con una attrezzatura dedicata (chi si ricorda del girello sparatutto?) promette emozioni più forti. Anche troppo forti, perché come abbiamo spiegato, il limite della realtà virtuale è proprio nella misura dell’illusione percepita e non “vissuta” dal corpo. A questo disallineamento il cervello reagisce con vertigini, malessere e nausea. Reagisce insomma comunicandoci che qualche cosa non va. Con Adr1Ft questo pericolo è teoricamente disinnescato. Nello Spazio il movimento è lento e controllato. In qualche modo l’inganno è più credibile. Oddio, poi quando si va sottosopra qualche brivido allo stomaco arriva, ma l’esperienze nel suo complesso è piacevole e delicata.

La prova. 

Nella sede di Digital Bros a Milano abbiamo provato una versione pre-Alpha del gioco con un Oculus Rift Dev Kit 2, per intenderci la versione prima di Crescent Bay. Abbiamo sperimentato la “camminata” nello Spazio e il movimento tra le rovine della stazione spaziale. Nulla di speciale, ma l’esperienza intima di vederci sospesi nel vuoto parla da vicino e lentamente alla versione più meditativa di noi. E’ più vicina alla meditazione che al gioco. E’ un tipo di esplorazione che porta altrove. ddio, poi quando si va sottosopra qualche brivido allo stomaco arriva, ma l’esperienze nel suo complesso è piacevole e delicata.

 

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L’unica domanda sensata a questo punto è la seguente: piacerà ai giocatori? Come ammette anche Raffaele Galante, amministratore delegato di Digital Bros ed editore attraverso 505 Games di Adr1ft, quell che si è preso è un rischio. “Un rischio calcolato perché i videogiochi gli editori come noi non possono più permetterti di rinunciare a innovare”. Ma in questo caso il rischio è doppio perché il gioco rischia di uscire senza che sul mercato esista un caschetto virtuale ufficiale. Oculus Rift è ancora nei laboratori, su Project Morpheus scopriremo qualche cosa a giugno nel prossimo E3. Nei negozi per ora c’è solo il Samsung Gear Vr ma tecnicamente è uno smartphone con un visore quindi a meno di sviluppare il gioco come applicazione non ci sono soluzioni potabili. “Adr1ft però è una esperienza che non nasce solo per la realtà virtuale  – sottolinea Galante -. Il gioco, vedrete, vive tranquillamente anche su console. Anzi, oggi si va verso uno logica di videogioco come servizio. L’abilità degli sviluppatori è quella di saper costruire delle esperienze durature in grado di alimentare la community di giocatori. Per questo stiamo investendo in nuove Ip (proprietà intellettuali) per poter sviluppare meglio e su più piattaforme l’esperienza di gioco. Vedrete – sorride Galante – che la direzione che Adam Orth (ex game director presso Microsoft, noto ai più per quel Tweet verso gli utenti che criticavano l'”always online” di Xbox One ndr) e il suo team stanno imprimendo sapranno sorprendere la comunità dei videogiocatori. Anche senza effetti speciali”.