Infographic: 2014's 10 Biggest VC Deals Were Worth Nearly $50 Billion | Statista
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A livello mondiale le startup ad alto valore tecnologico hanno generato, nel 2014, exit per 32 miliardi di dollari con un incremento del 58% rispetto all’anno precedente. Dalle 1.825 exit del 2013 alle 2.886 (79 IPO e 2.807 tra acquisizioni e merge) dell’anno appena concluso andando così a rimodellare il DNA delle startup per regolarne i geni utili a lasciare lo stato di crisalide e progredire verso lo status che permette loro di spiccare il volo con le proprie ali.

Una parentesi nozionistica: il risultato di un’acquisizione è l’assorbimento, da parte di chi compra, dell’azienda acquistata fino – e i casi non sono rari – al punto di farne sparire la ragione sociale mentre, nel caso di un merge, due aziende si fondono creando una nuova entità aziendale con skill e capacità potenziate.

Israele, exit nation                                                                                      Tra i Paesi presi in esame dai report pubblicati da CB Insights spicca il potenziale (15 miliardi in exit) di Israele, che passa dall’essere la “startup nation” per antonomasia a “exit nation”. La startup MobilEye, attiva nella prevenzione degli incidenti stradali, è entrata in borsa ad agosto del 2014 rastrellando 1,02 miliardi di dollari; cifra che da sola riesce quasi a raggiungere il totale delle exit delle startup israeliane del 2013 (1,2 miliardi). Volano soprattutto i semiconduttori che, con 18 exit (una sola IPO) rappresentano il 38% della massa realizzata nel 2014.

Questo primo scorcio del 2015 non permette ipotesi che non siano azzardate ma, nonostante la situazione politica molto tesa, tra il 19 e il 20 gennaio Alibaba ha rilevato quote dell’israeliana Visualead (QR Code) per 6 milioni di dollari, operazione che conferma l’intenzione del colosso asiatico di appoggiarsi a Tel Aviv per una parte dei programmi di ricerca, Dropbox ha acquisito CloudOn (servizi cloud) startup che intende inglobare tra i propri assett mantenendo però in vita la sede di Herzliya per posizionarsi sul territorio israeliano. Nell’arco delle stesse 24 ore Microsoft ha investito nell’israeliana Equivio (Big data) la somma di 200 milioni di dollari che si vanno a sommare ad altrettanti investiti a fine 2014 nella startup Aorato (sicurezza informatica). Era dal 2009 che Microsoft non riversava un dollaro nelle startup israeliane. Queste le fotografie panoramiche che provengono dal mondo.

E in Italia?                                                                                                         In Italia la situazione è completamente inversa e, per superare le due decine di exit, occorre unire quelle dal 2012 al 2014 (23 in tutto). Sintomatico un altro dato: tra queste figurano solo tre IPO, due delle quali lanciate presso borse estere (Zurigo e New York) e solo           un’azienda italiana ha acquistato una startup nostrana. Il tessuto aziendale innovativo dello Stivale interessa all’estero ed è osservato anche dai big, come nel caso delle acquisizioni di Glancee e Monoidics rilevate da Facebook, Redmatica che ora è un asset di Apple e Livio, startup acquistata dalla Ford Motor Company.

E non si tratta sempre di startup fagocitate per pochi spiccioli da colossi: nel 2013 Gentium S.p.A. (Como) ha cambiato l’ordine dei colori della bandiera italiana per trasformarsi in entità fiscale irlandese, acquistata dal gruppo Jazz Pharmaceuticals per un miliardo di dollari (730 milioni di euro circa). Cifra pagata per accedere ad un farmaco per la cura di una rara deficienza epatica. Nel 2013 la milanese Ethical Oncology Science – attiva nel ramo biofarmaceutico – è stata acquistata dalla Clovis Oncology per 350 milioni di euro. Se quello farmaceutico sembra essere tra i settori più appetibili, anche sul fronte del mobile-marketing l’Italia si difende bene: fiore all’occhiello è Buongiorno, acquistata dalla giapponese NTT DoCoMo nel 2012. Due anni prima l’azienda parmense aveva conseguito una cifra d’affari di 253 milioni di euro e aveva sfondato, di poche unità, il muro dei mille dipendenti.

Mentre nel mondo le startup virano verso le exit in Italia siamo ancora nella fase della crescita numerica delle imprese innovative: le iscrizioni al registro delle imprese del 2014 sono quasi raddoppiate rispetto al 2013, è però calata la massa dei finanziamenti erogati da venture capitalist, business angel e family office.

Per capire i motivi di questo ritardo ci siamo avvalsi dell’opinione di Luigi Capello, fondatore di LVenture Group, holding di venture capital con base a Roma e quotata in borsa. «Il ritardo c’è ed è evidente, in Italia ci si è focalizzati sulle startup vent’anni dopo Israele, ora ci vorranno ancora cinque o sei anni per colmare il gap e acquistare la stessa visione che hanno gli altri Paesi, Israele ha una marcia in più anche grazie al comparto militare e alle connessioni con gli USA».

I numeri dimostrano che gli imprenditori italiani sono poco sensibili nei confronti delle giovani realtà aziendali nostrane e – cosa non trascurabile – che gli startupper stentano a farsi apprezzare in patria. «Ci sono fattori storici e culturali – continua Capello – ma tutto sta cambiando anche grazie ai progressi fatti dai legislatori e dalla voglia che hanno le nostre aziende di innovare e di innovarsi al proprio interno». In un prossimo futuro, questa è la sensazione avvertita, anche l’Italia sarà votata alle exit.

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