L’economia culturale e creativa in Italia cresce, ma non è in piena forma. È quanto emerge dall’edizione 2016 del rapporto “Io sono cultura – L’Italia della qualità e della bellezza sfida la crisi” della Fondazione Symbola e Unioncamere. Dal 2011, la Fondazione Symbola e Unioncamere quantificano e monitorano annualmente il contributo della cultura e della creatività all’economia nazionale, secondo un approccio innovativo. Il rapporto misura infatti l’impatto delle attività culturali e creative propriamente dette – per intenderci: dai musei all’audiovisivo al design – ma anche delle attività “creative-driven” ossia il manifatturiero detto “evoluto” e l’artigianato artistico che impiegano sempre più professionisti creativi, come designer o architetti, nonché nuove tecnologie.

Lo studio permette così di fare il punto sia sui settori culturali “core” (musei, cinema, teatro, ecc.) fornendo dati abbastanza comparabili con quelli forniti da altre nazioni, ma anche di capire come la storia e la cultura italiana contribuiscano all’economia in senso lato. È un approccio forse discutibile da un punto di vista strettamente statistico: si rischia, infatti, di mettere nello stesso calderone attività molto diverse. Tuttavia, è un approccio molto interessante per l’economia del nostro Paese: alla luce dei risultati rilevati per l’intero sistema di produzione culturale e creativa – che contribuisce al 17% del valore aggiunto italiano, per un totale di 249,8 miliardi di euro – l’Italia necessiterebbe, infatti, di politiche multi- e inter-disciplinari che guardino non soltanto alle misure di politica culturale ma anche soprattutto a quelle industriali e di innovazione al fine di facilitare lo scambio e le collaborazioni tra cultura, impresa e digitale.

I dati mostrano inoltre un sistema culturale e creativo globalemente in crescita. Eppure, una lettura più attenta dei dati ci rivela che l’evoluzione positiva si registra quasi esclusivamente nei settori “creative-driven”. Non è vero dunque che il settore culturale e creativo vada a gonfie vele, ma è vero che la “cultura” in senso lato continua ad alimentare diversi comparti dell’economia italiana. A una conclusione simile giunge anche un altro recente rapporto Symbola, “Coesione è competizione – Nuove geografie della produzione del valore in Italia”, che misura la performance di imprese italiane in equilibrio tra saper fare artigiano, cultura, bellezza, valori sociali e nuove tecnologie. Attenzione, però, perché senza il “core” non ci può essere un comparto “creative-driven” del tipo qui analizzato. Il rallentamento del “core cultura” dovrebbe fungere da campanello d’allarme per i policy maker.

Ci sono almeno altri due risultati che meritano attenzione: 1) i giovani, con una quota di occupati nella fascia 25-34 pari al 24,2%, rappresentano un +3,4% rispetto al 20,8% degli occupati in professioni “non-creative” nella stessa fascia di età; 2) i liberi professionisti nel sistema produttivo culturale e creativo sono il 17,6% contro il 5,1% nel resto dell’economia. Se da un lato, dunque, l’economia culturale e creativa sembra mobilitare i giovani, le forme di lavoro flessibili (spesso traducibili in nuove forme di precariato) sembrano prevalere. Ma se vogliamo che le professioni culturali e creative continuino ad essere volano di sviluppo per l’Italia, una riflessione sulle condizioni di lavoro di questi professionisti è oggi più che mai d’obbligo.