Cosa sono i rifiuti nucleari? Sotto questa dicitura sono comprese diverse categorie di scorie dalla pericolosità molto differente.

I più pericolosi sono i cosiddetti rifiuti ad alta attività (Hlw), costituiti essenzialmente dal combustibile nucleare esausto proveniente dalle centrali elettronucleari, o da ciò che ne rimane dopo un’operazione di riprocessamento per estrarne i materiali ancora utili. I rifiuti Hlw sono radioattivi al punto da emettere molto calore, e rimangono tali per decine di migliaia di anni. Attualmente la soluzione ritenuta migliore per gestirli è quella di sottoporli a un processo di vetrificazione che li rende più facilmente trasportabili, e di stoccarli in depositi sotterranei a centinaia di metri di profondità, realizzati all’interno di aree geologicamente adatte a fungere da barriera. Depositi simili sono attualmente allo studio, tra le molte difficoltà dovute alla necessità di garantire la sicurezza per un periodo di tempo che va molto oltre la normale durata delle opere umane.

L’Italia, avendo interrotto da tempo la produzione di energia elettronucleare, non produce più rifiuti di questo tipo, ed ha solo la necessità di gestire quelli già prodotti. Per questo è difficile che venga realizzato un deposito sotterraneo nel nostro Paese, ed è più probabile che si troverà una soluzione attraverso accordi con l’estero.

Gli altri rifiuti sono quelli a media (Mlw) e bassa (Llw) attività. La provenienza è svariata: contenitori e attrezzi usati per manipolare sostanze radioattive, residui di lavorazioni industriali, rifiuti che contengono sostanze radioattive cose le vernici usate per rendere fluorescenti le lancette degli orologi, o i puntali dei parafulmine trattati con americio per attirare meglio le scariche elettriche. Si tratta di rifiuti molto meno pericolosi, che perderanno del tutto la loro radioattività nel giro di qualche centinaio di anni. La soluzione adottata è quindi semplicemente proteggendoli con una serie di barriere concentriche.

Nel deposito francese de L’Aube i rifiuti vengono compattati, mescolandoli con una malta cementizia che li tiene insieme, e sigillati in fusti metallici. I fusti vengono poi impilati all’interno di grandi celle in cemento armato. Sotto le celle scorrono tunnel che ospitano sensori in grado di rilevare tempestivamente l’eventualità di perdite radioattive nel sottosuolo. Quando una cella è piena, viene sigillata a sua volta. Quando tutte le celle saranno piene (ci vorranno ancora decine d’anni) verranno ricoperte di terra e altri materiali, creando una collina artificiale che le proteggerà dalle intemperie per i tre secoli necessari all’esaurimento della radioattività.

Il deposito progettato dalla Sogin sarà simile a quello de L’Aube, ma prevede un’ulteriore barriera:  i fusti, prima di essere inseriti nelle celle, verranno rinchiusi a sei per volta in moduli di cemento armato sigillati e garantiti per 350 anni, offrendo un livello di protezione in più. Il deposito italiano dovrà ospitare 75.000 metri cubi di rifiuti a bassa e media attività, di cui il 60% generati dallo smantellamento di impianti nucleari, e il 40% prodotti da attività industriali, mediche e di ricerca. Il deposito ospiterà inoltre anche 15.000 metri cubi di rifiuti ad alta attività, ma solo provvisoriamente, prima che venga trovata loro una sistemazione definitiva. “Se i tempi previsti dalla legge saranno rispettati”, ha dichiarato Fabio Chiaravalli, Direttore Divisione Deposito Nazionale e Parco Tecnologico di Sogin “il Deposito Nazionale sarà pronto per la fine del 2024. Avrà un esercizio di 40 anni, fino al 2065 quando sarà chiuso e inizierà il suo esercizio istituzionale di circa 300 anni”.

Per la costruzione del deposito è previsto un investimento di 1,5 miliardi di euro: 650 milioni per il deposito in sé, 700 per le infrastrutture interne ed esterne, e 150 per il Parco Tecnologico. “Sì, perché l’Italia sarà il primo Paese al mondo ad ospitare il proprio Deposito Nazionale dentro un grande campus di ricerca e sviluppo tecnologico di avanguardia in cui impiegare i migliori ricercatori italiani e stranieri”, spiega Chiaravalli. L’area complessiva occupata sarà di circa 150 ettari, di cui 20 per il deposito vero e proprio. Si stima che per i 4 anni previsti per la costruzioni saranno necessari 1.500 occupati, mentre 700 persone si occuperanno della gestione dell’infrastruttura una volta terminata.

È ancora in corso la procedura per individuare le aree adatte a ospitare il deposito. “Saranno escluse tutte le zone non rispondenti anche ad uno solo dei criteri previsti. Per esempio, le aree vulcaniche, sismiche, soggette a fagliazione, vicine ai centri abitati o alle coste, o nei pressi di aree industriali o militari, o ancora in zone caratterizzate dalla presenza di importanti risorse del sottosuolo come gas o petrolio”. Il comune che accetterà di ospitare la struttura riceverà anche dei benefici economici, ancora da quantificare, da intendersi non come monetizzazione del rischio, ma come risarcimento per l’immobilizzazione di un’area che per secoli non potrà essere destinata ad altri usi.

Proprio la lunga durata del periodo in cui i rifiuti dovranno rimanere indisturbati pone anche il problema di come preservarne la memoria per le generazioni future. Tra i compiti assegnati a un deposito come quello de L’Aube c’è perciò anche quello di verificare che la popolazione sia correttamente informata, e di mantenere aggiornata una documentazione dettagliata sulla struttura del sito, che possa essere consultata anche dopo secoli. Per i futuri depositi per rifiuti ad alta attività si stanno studiando anche soluzioni, come la creazione di opere d’arte, che abbiano qualche probabilità di segnalare la pericolosità di un sito anche a distanza di millenni.