Nel corso degli ultimi anni i media digitali hanno cambiato completamente il nostro modo di pensare, produrre, consumare e distribuire i prodotti digitali. Fenomeni come il file sharing, le tecnologie di compressione, gli User generated contents, i social network ed i dispositivi mobili stanno erodendo ad una velocità crescente le industrie culturali del ‘900, favorendo allo stesso tempo l’emersione di modi nuovi di fare cultura. Dall’osservatorio di cheFare, la piattaforma per il racconto ed il sostegno dei progetti d’innovazione culturale, abbiamo avuto modo di studiare da vicino molte di queste trasformazioni.

Il crowdfunding sta svolgendo un ruolo centrale nella ridefinizione del rapporto tra pubblici e produzione culturale, non solo dal punto di vista del finanziamento ma anche, e forse soprattutto, da quello della costruzione di nuove forme di relazione caratterizzate da un coinvolgimento diretto degli utenti nelle opere. Tra gli esempi più interessanti c’è sicuramente “Io sto con la sposa”, il docu-film che racconta il vero viaggio di un finto corte nuziale di profughi attraverso l’Europa; in pochi mesi il progetto ha raccolto quasi 100.000 euro, è stato proiettato in molto festival internazionali e trasmesso più volte sulla televisione digitale, accedendo in pochissimo tempo a canali di distribuzione normalmente impensabili per piccole produzioni. Il finanziamento di massa attraverso le piattaforme digitali può essere utilizzato anche per la salvaguardia del patrimonio materiale, come nel caso della raccolta da quasi 340.000 euro per il Portico di S.Luca a Bologna.

Le piattaforme digitali sono sempre più utili anche per stabilire forme di collaborazione di massa tra operatori, artisti o semplici appassionati. Wiki Loves Monuments, ad esempio, è un progetto promosso da Wikimedia Italia che coinvolge ogni anno migliaia di persone nella documentazione fotografica – rilasciata poi in licenza libera – del patrimonio artistico italiano. Anche Invasioni Digitali coinvolge gli utenti nel lavoro sul patrimonio ma con un’ottica più strettamente legata alla sensibilizzazione attraverso il gaming: centinaia di persone si precipitano su piazze e musei fotografando in massa i beni culturali, viralizzando poi le immagini sui social network.

Una forma di collaborazione digitale completamente diversa è quella di The Global Hamlet, un esperimento di traduzione popolare e apparato critico collettivo dell’Amleto di Shakespeare: attraverso la rete centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo traducono, annotano in molte lingue e illustrano l’opera sotto la guida di un gruppo di esperti.

I media digitali servono anche, e forse soprattutto, per organizzarsi su una scala che fino a pochi anni fa non era concepibile. Lìberos, il progetto sardo che ha vinto il premio della prima edizione di cheFare, è una rete di biblioteche, librerie, associazioni culturali, agenzie letterarie, scrittori e festival che tramite un social network dedicato organizza eventi e dà supporto alla lettura in tutta la regione. Fondata da sette soci, ha raggiunto in pochi mesi migliaia di aderenti.

Se molte della modalità di produzione culturale tradizionale stanno andando in frantumi – con tutte le criticità che questo comporta dal punto di vista economico, sociale ed anche politico – è sempre più chiaro che gli strumenti per pensare nuovi futuri ormai sono a disposizione. Sta a noi imparare ad usarli.