Partiamo da un presupposto di base: nessuno di noi, alla fine di ogni bimestre, è entusiasta di doversi recare alle poste o dal tabacchino per pagare la bolletta elettrica al proprio fornitore di energia. Gli aumenti a volte non troppo chiari contribuiscono ad alimentare questo diffuso disamore verso la spesa energetica. Questa è la ragione principale che spiega perché, già oggi, migliaia di famiglie italiane abbiano deciso di installare un impianto fotovoltaico nella propria abitazione per soddisfare almeno una fetta del proprio fabbisogno, attraverso l’autoconsumo dell’energia prodotta dai pannelli.

Vero è che negli anni passati, più o meno sino al 2013, la scelta del solare era stata indotta soprattutto dai generosi sistemi di incentivazione vigenti. La fine di questi meccanismi non ha però interrotto questa corsa, anzi: secondo una recente relazione dell’Autorità per l’energia, nel 2015 si è assistito a una crescita della quantità di energia elettrica autoconsumata di circa 0,6 TWh in termini assoluti, con un aumento dell’1,5% rispetto all’anno 2014.

Uno sviluppo che è da imputare in toto agli impianti fotovoltaici, tanto che nel 2015 l’incidenza dell’autoconsumo sul complesso della produzione solare è ormai pari al 19,4 per cento. Una quota per nulla bassa se si tiene conto che in questo dato non sono ricompresi soltanto i piccoli impianti domestici, ma anche installazioni decisamente più grandi presenti ad esempio nelle industrie. Una corsa, quella del fotovoltaico domestico e dell’autoconsumo, che è naturalmente stata favorita anche da ragioni fiscali (la possibilità di accedere alle detrazioni del 50%) e dalla discesa del prezzo dei pannelli. Il solare, però, per sua natura ha un problema: produce elettricità nelle ore diurne – in cui le persone tendenzialmente tendono a essere fuori casa per lavoro – mentre è fermo in quelle notturne. Diventa così difficile arrivare a una quota di autoconsumo domestico che superi il 50% del fabbisogno, anche disponendo di tecnologie come le pompe di calore elettriche.

La soluzione che si sta facendo strada sul mercato nazionale è perciò quello dell’accumulo elettrico, vale a dire la possibilità di stoccare in apposite batterie l’energia prodotta (e non immediatamente consumata) del proprio impianto fotovoltaico, per poi consumarla nelle ore in cui si ha effettiva necessità. In questo modo la quota di domanda coperta da questa fonte rinnovabile può andare ben oltre la soglia del 50%, garantendo all’utente un consistente risparmio sulla bolletta. Ma perché non ci si è pensato prima, verrebbe da dire? Lo storage elettrico per il fotovoltaico si sta affermando soltanto oggi perché in precedenza i produttori hanno dovuto risolvere tutta una serie di problemi: innanzitutto in termini di prestazioni, che devono essere pari a quelle della rete elettrica. E che devono essere concentrate in termini di spazio: difficile pensare che un utente, per quanto motivato a risparmiare, possa accettare di destinare l’intero soggiorno a un sistema a batterie. Infine il prezzo che, in questi anni, è diventato decisamente più abbordabile, consentendo agli utenti – che anche in questo caso possono godere della detrazione – di pensare a una soluzione di questo tipo. Ecco perché tutte le stime prevedono una forte crescita del mercato dell’energy storage, che dovrebbe raggiungere i 7,2 miliardi di dollari nel 2020.

Non a caso il web pullula di offerte di soluzioni energy storage proposte dai più svariati attori. Recentemente, ad esempio, ha deciso di rafforzare la sua presenza sul mercato nazionale un gigante mondiale proveniente dal mondo delle batterie tradizionali, la tedesca Varta. Con un prodotto pensato proprio per il mercato residenziale ma scalabile sino ai 30 kW, ribattezzato Pulse, di facile installazione (la promessa è di appena 30 minuti per la sua entrata in funzione), caratterizzato da una buona attenzione al design e dotato di una app per permettere ai consumatori di tenere sotto controllo l’andamento del proprio impianto fotovoltaico. Da un punto di vista tecnologico la scelta è ricaduta sugli ioni di litio, che permette la realizzazione di una batteria meno ingombrante e più leggera (45 kg). Con una formula simile si è affacciata sul mercato anche un’azienda italiana, Tawaki, con il suo Maui. Composto da 560 celle cilindriche ad alte prestazioni agli ioni di litio per complessivi 4,3 kWh di energia e tensione a 48V, Maui ha un Bms (Battery Management System) dedicato al controllo completo dei due pacchi batterie interni (tensioni, correnti e temperature). Completa la soluzione un software dedicato per la gestione di tutte le funzionalità. Due esempi che testimoniano come il mercato dell’energy storage sia entrato in una fase particolarmente dinamica.