Alla base del metodo scientifico c’è il concetto di riproducibilità. Perché il risultato di un esperimento sia considerato scientificamente valido, è necessario che sia descritto accuratamente, in modo tale che altri scienziati possano replicarlo e verificarne il risultato. È in questo meccanismo di verifica continua che risiede la forza della scienza come metodo di conoscenza del mondo.

In tempi recenti però il sistema si trova ad affrontare quella che è stata battezzata una “crisi della riproducibilità”: una parte sempre maggiore degli esperimenti riportati nelle pubblicazioni scientifiche risulta, alla prova dei fatti, non replicabile. Parliamo di percentuali elevatissime: uno studio di Brian Nosek pubblicato nel 2015, per esempio, ha preso in considerazione 98 articoli di psicologia, riuscendo a riprodurne i risultati solo nel 39% dei casi. Nel 2011 Bayer ha fatto sapere che i tentativi dei suoi laboratori di riprodurre esperimenti farmaceutici falliscono nel 65% dei casi. E nel 2010 la rivista Lancet aveva già calcolato che ben l’85% dei fondi destinati alla ricerca medica va sprecato in esperimenti non riproducibili, e quindi del tutto inutili al progresso della scienza.

Le ragioni di questa crisi sono molteplici, ma dipendono in buona parte dalla modalità massificata, parcellizzata e burocratizzata con cui si fa ricerca oggi. I ricercatori sono un esercito, e ognuno è tenuto a dimostrare la propria produttività pubblicando con frequenza regolare nuovi risultati, cosa che non va a beneficio della scrupolosità e completezza con cui gli esperimenti vengono realizzati e riportati. Inoltre il meccanismo del peer reviewing, in cui gli articoli vengono esaminati da altri scienziati prima di essere pubblicati, è spesso inefficace, poiché la sempre maggiore specializzazione delle ricerche fa sì che i ricercatori non siano in grado di cogliere le mancanze dei colleghi.

Per combattere questo fenomeno è appena stata fondata una nuova rivista scientifica – Preclinical Reproducibility and Robustness – pubblicata, solo online e con libero accesso, dall’editore F1000Research. La pubblicazione si pone l’obiettivo di dare pubblicità ai casi di mancata riproducibilità degli esperimenti, ed è stata fondata dall’azienda biotecnologica statunitense Amgen e dall’illustre biochimico Bruce Alberts.

L’idea della rivista è nata quattro anni fa, quando un ricercatore ha pubblicato un articolo su Nature, in cui svelava che mentre lavorava per Amgen aveva tentato di riprodurre i risultati di vari importanti studi sul cancro, riuscendoci però soltanto in sei casi su 53. Alberts ha spiegato alla rivista Science (di cui è stato editor-in-chief) che le normali pubblicazioni scientifiche spesso non sono interessate a pubblicare i dati relative a mancate replicazioni, ritenuti poco interessanti rispetto a risultati innovativi. Ma conoscere tempestivamente dati di questo tipo eviterebbe a molti ricercatori di evitare sforzi in direzioni improduttive.

I primi tre articoli pubblicati sulla nuova testata sono stati forniti dalla stessa Amgen, e riguardano casi di mancata riproducibilità incontrati dai suoi ricercatori. La politica della rivista è di pubblicare prima una bozza degli articoli, e poi una versione finale integrata dai commenti dei revisori. I dati contraddittori verranno pubblicati integralmente. “In questo modo”, ha spiegato Alberts, “forzeremo gli autori originali a fornire dei chiarimenti. Può essere che il risultato ottenuto sia corretto, e che sia solo la descrizione dell’esperimento a essere manchevole”.

“Il nostro obiettivo – ha dichiarato Sasha Kamb, vicepresidente di Amgen – è di aiutare a migliorare la natura autocorrettiva della scienza, a beneficio della società nel suo insieme e di coloro che tentano di creare nuovi farmaci”. L’iniziativa si affianca a diverse altre che tentano di affrontare il problema della crisi della riproducibilità.